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Biografia di un biografo

Se uno scrittore si adagia nella biografia di protagonisti lontani, un grande amore o la curiosità che intiepidisce, possono spiegarlo. L'ultimo romanzo di Mario Vargas Llosa – Il paradiso è altrove (Einaudi, traduzione di Glauco Felici, pagine 408, 18,50 euro) – incrocia i capitoli dell'utopia: la raggiungono, zoppicando, verso il tramonto. Biografia di Flora Tristàn nata da nobile peruviano e ragazza francese nella bella casa fra i giardini di Vaugirad, campagna della Parigi borghese. Ma la casa svanisce perché il padre non torna dal Perù e il Perù dichiara guerra alla Francia. Il privilegio si trasforma nella via crucis di stanze umide, fatiche operaie; quasi l'inferno per una ragazza che amava studiare e deve sopportare mani ubriache. La ricerca del paradiso comincia nel disgusto per la mediocrità. Passa per giornali operai, libri che invitano alla rivoluzione, incontri con vescovi e teologi della giustizia sociale. Divide gli entusiasmi con gli amici stranieri che vanno a trovarla, come Arnold Ruge, socialista tedesco: devotamente prende appunti mentre Flora gli parla. Flora che alza la voce minacciosa contro “un giovan energumeno dalla barba lunga, sudato e congestionato dal cattivo umore”. Protestava “in un francese pieno di sputacchi” nella piccola tipografia della rive gauche perché il padrone rimandava la stampa della sua rivista dando la precedenza a L'Unione Operaia di Flora Tristàn. “Sfoggi letterari da una dama...”, ironizza il gigante. “Madame la Colère”, come la chiamavano, alza la voce verso l'energumeno: “Sappia signore che il mio libro può cambiare la storia dell'umanità. Con quale diritto viene a gridare come un gallo castrato”. Il gigante resta stupito: non capisce l'espressione. E Madame la Colère gli ride in faccia dandogli un consiglio: si tagli quella barba da porcospino. Almeno avrà un'aria pulita. Solo più tardi scopre che l'irritabile straniero è Karl Marx. Si rivedono, naturalmente.

Gauguin e il dittatore

Flora ha una figlia e la figlia ha un figlio: Paul, impiegato alla Borsa nella tradizione paterna. Ma incontra amici che non nascondono la follia e comincia a cercare il suo paradiso nei discorsi dell' “olandese matto”: Van Gogh. La biografia di Paul Gauguin appartiene al mito, eppure Vargas Llosa la riscrive guardando, con ironia, le tentazioni e la fragilità dei pensieri che accompagnano lo svaporamento del protagonista. Un paradiso di donne che la vecchiaia non riesce a rubargli: continuano ad incantarlo forse perché gli occhi si spengono lasciando l'illusione di bellezze ormai sfiorite. E il ricordo trasforma vecchie signore disfatte nelle ragazze che fiorivano nelle sue tele quando ha cominciato a scappare. Una volta, a Lima, nella gran festa per il suo libro La festa del caprone, anche Vargas Llosa baciava la mano alle amiche ritrovate: nascondevano i segni del tempo dietro trucchi pesanti e velette fuori moda. “Ancora così belle...”, sospirava come Gauguin.

Continua la proiezione del narratore sui protagonisti evocati. Questo tipo di biografia è la tentazione del talento, desiderio di cercare spiegazione alle paure degli altri nelle quali ogni bilancio trasforma le vanità. Ecco perché credo di sapere cosa sta scrivendo Mario Vargas Llosa dopo il soggiorno nella Baghdad “liberata” dai marines: una biografia di Saddam Hussein, come sempre incerta tra storia e romanzo, ritratto che idealmente continuerà La festa del caprone dove racconta gli ultimi quindici giorni del dittatore Trujillo, signore di Santo Domingo. Protagonisti lontani per geografia e fantasmi, ma così vicini nell'egoismo che esaspera il culto della personalità mostruose provvisoriamente al servizio degli Stati Uniti prima della disobbedienza che le travolgerà. Lo scrittore ama specchiarsi nei loro racconti con la sensualità sopita di ex ragazzo di buona famiglia. In apparenza l'attraversare il tempo in compagnia di personaggi mai incontrati, ha l'aria dell'abbandono di chi cerca rifugio nella vita degli altri. Ma è lo specchio di uno specchio dell'adolescenza che continua ad inquietare la maturità con le rabbie e le malinconie covate in una famiglia travolta dal colpo di stato del generale Manuel Odria. Era il 1948. Vargas Llosa compiva 12 anni esplorando il palazzo delnonno con la felicità di chi scopre il mondo scuotendo pipistrelli addormentati dal calore delle gole abbaglianti delle Ande di Piura. Storie che tornano in ogni soffitta di ogni giovinezza del secolo appena finito. La rivolta del generale Odria fa perdere la poltrona di presidente allo “zio” Luis Bustamante, in realtà cugino del nonno che governava quei deserti. E la famiglia sbarca quasi profuga a Lima in un appartamento senza misteri, piccole stanze, brontolio del vecchio che non sopporta d'essere inutile: l'impaccio della vita ricomincia dalla delusione. Il ragazzo deve crescere in fretta e cresce col rancore per ogni pugno militare. Non se ne libera mai. Un risentimento che lo perseguita e che sempre scioglie nelle miserie degli uomini: da Trujillo a Saddam Hussein passando per Fujimori ed inquietando Castro. Fa a pugni (pugni veri) con Garcia Marquez quando gli amici si dividono sull'appoggio alla rivoluzione cubana.

I 40 anni della “città dei cani”

Per coincidenza Il paradiso è altrove esce in Italia mentre lo scrittore festeggia i quarant'anni del primo romanzo: La città dei cani, talento letterario che trascende il contenuto autobiografia, per testimoniare com'erano, cos'erano, i ragazzi obbligati ad imparare a quale obbedienza assoluta dovevano piegarsi nella brutalità dell'ordine castrense: poveri cadetto del Collegio Militare Leoncio Prado, gloria di Lima. Demolizione sociale e politica del buon senso, trasformata in pedagogia militare. La famiglia per tradizione lo aveva votato alla divisa, ma nella confusione dolorosa dell'adolescenza in collegio, con l'anima solitaria dello scrittore ancora segreto, Vargas Llosa la rifiuta sciogliendo la critica nel racconto di un'educazione sentimentale sbagliata. “Ripugnante”, proclamano i generali quando il romanzo appare a Madrid e vici “sconsacrate arrivano a Lima”. Inutilmente cercano di impedire la circolazione “di un libro infernale che riflette le frustrazioni di un cadetto infame”. Tradotto in 26 lingue, rivela un grande narratore incantato dalla disciplina flaubertiana, cresciuto sulle tesi di Sartre divorando Malraux, con un amore “senza limiti” per la generazione che raccontava l'America amara: Faulkner, soprattutto. Ho ricordato a Vargas Llosa la rabbia dei suoi colonnelli, anni dopo, nella veranda della beauty farm di Schloss Fuschl: durante il giorno bagni di fieno per dimagrire. La sera scendeva a Salisburgo ad ascoltare Mozart con la diginità di un grande di Spagna. A poco a poco tempo e successo gli restituiscono le radici alto borghesi del palazzo di Piura. E le voci dei vagabondi di Conversazione nella Catedral, gli orizzonti amazzonici della Casa verde, insomma quel mondo esplorato con la curiosità di chi si meraviglia della vita nascosta, che vuol conoscere per cambiarla; quel mondo, di disperde nei salotti o nel turbamento dei ricordi di uno straordinario voyeurismo letterario. Ormai non guarda: spia. I quaderni di Don Rigoberto concludono il ciclo sensuale cominciato con un ragazzo in viaggio in compagnia di una donna matura, prima passione: La zia Julia e lo scribacchino, Elogio della matrigna. E il Don Rigoberto di otto anni fa somiglia al Vargas Llosa di oggi; e il nipote adolescente che abbraccia la giovane zia, ricorda il Vargas degli anni belli. Ecco la tentazione delle biografie e un ritorno alla politica per inseguire chi non gli piace e raccontarne la fine non come storico, quasi come assassino.

La quiete di Londra

Dopo gli anni a sinistra, Vargas Llosa preferisce la quiete di un'altra cultura: Londra per esempio “dove è possibile scrivere senza disturbo perché piove spesso, il cibo è insipido e la gente discreta”. Ogni persona è la somma delle proprie scelte: nel caso di Vargas Llosa, dei propri talenti, un misto di desideri, esperienze, fantasie da raccogliere in racconti scritti, ormai, solo per gli altri: sta rinunciando all'invenzione del proprio passato. Quasi la piega di un giornalismo raffinato, ma giornalismo. Soprattutto in politica i giornalisti possono cambiare idea, piegati dal vento gagliardo. Due anni fa, nella piazza di Arequipa, “capitale” bianca del Perù per il colore dei palazzi lasciati dalla colonia spagnola; due anni fa, sul balcone del palazzo di governo, pubblicamente Mario Vargas Llosa e Alejandro Toledo (allora candidato, oggi presidente) festeggiavano assieme il loro compleanno davanti a diecimila persone incantate dalla recita elettorale. Lo scrittore appoggiava Toledo (faccia da indio, cuore da meticcio) per vendicarsi della sconfitta subita da Fujimori quando nel '90 voleva governare il paese. Per delusione quasi rinuncia alla vita, come racconta, Alvaro, il figlio.

Due anni fa, sotto il balcone di Arequipa osservavo Vargas Llosa, eleganza armoniosa, sorrisi educati alla folla. Mi ero appena arrabbiato per la prefazione scritta ad un libro curato da Alvaro il quale di Vargas Llosa purtroppo ha solo il cognome: Manuale del perfetto idiota latino americano, antologia dei vizi degli intellettuali di sinistra responsabili – nella strategia del collezionista di brani – di ogni tragedia dell'America spagnola. Un altro transfuga cura l'edizione italiana: Valerio Riva. Nella prefazione imposta dai doveri di padre premuroso, il grande scrittore ripete il giudizio di Lawrence Harrison, yankee di poca tenerezza: “Il sottosviluppo è una malattia mentale”. Germe della malattia “la voglia di copiare il modello sociale europeo, sistemi di previdenza e assistenza” contrari al liberismo, dannosi per lo sviluppo della società. I retori che distribuiscono questa dottrina sciagurata, più che alla ragione si affidano a una liturgia populista. Baciano la bandiera nazionale. La alzano verso il cielo evocando un paganesimo che il sottosviluppo non ha dimenticato. Ed ecco Vargas Llosa al balcone accanto a Toledo il quale sta promettendo ospedali gratis, scuole senza tasse, corriere senza biglietto per i bambini poveri. Si allontana dal microfono, raccoglie la bandiera e ne fa omaggio al sole invocandone la protezione. Silenzio della folla incantata dalla magia. Vargas Llosa, prefattore severo contro “questo tipo di idiozie”, apre il battimani, scatenando l'uragano della piazza. E abbraccia Toledo. Tenerezza teatrale, i vecchi amori non tornano.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 06/12/2003

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