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CINEMA

Il guerriero dell'amore

In un festival dedicato all'amore come quello di Verona (15-25 aprile) un posto per un regista come Paul Vecchiali è assicurato, lui che per primo ha raccontato le conseguenze estreme dei colpi di fulmine, l'innamoramento per le dame appassite, i paradossi dell'accoppiamento, il dolore di fare sesso nel XX secolo ed è stato (talora) perfino distribuito in Italia. Lo si potrebbe definire più affine a raccontare la morte che l'amore, ma la passione che prova nel fare cinema, la lotta costante nel fare film non addomesticati lo pone fra i registi guerrieri. A Verona si sono viste le sue prime opere come L'étrangleur ('70), il magnifico Femme femme ('74), Corps à coeur ('79), e poi l'omaggio più evidente al cinema degli anni trenta da lui amato En haut les marches ('83), Trous de mémoire ('85), Rose la rose fille publique ('86), Once more ovvero l'amore al tempo dell'Aids. Ha portato in regalo il suo ultimo A vot' bon coeur, la commedia musicale del fare cinema oggi. Ricorda benissimo quando il Filmstudio per primo in Italia realizzò la sua personale nel'79. Fu una scoperta perché si pensava di conoscere tutto della nouvelle vague e invece ecco che arrivava un regista a parte, il lato mélo del cinema francese, con le splendide “Femmes Femmes” Danielle Darrieux e Hélène Surgère, le impossibili storie d'amore tra il giovane idraulico e l'anziana farmacista, l'odore dei locali notturni. Se poi si è amato Fassbinder e Almodovar qualcosa lo si deve anche a Vecchiali, regista di Ajaccio, elegante impeccabile signore nato negli anni trenta e appassionato cultore del cinema francese di quegli anni, il famoso cinéma de papa respinto dalla nouvelle vague. Anche in questo si è dimostrato è diverso dagli altri.

Si può usare ancora oggi il melodramma?

Perché no? Ma per me Corps à coeur non è un melodramma, è una tragedia.

Forse è vero, perché dei suoi film resta impresso il dolore e più che il sentimento il lato sociale, politico della storia.

Non si può fare un film senza occuparsi in modo stretto del lato sociale della storia. Più che politico direi sociale, perché io non sono un cineasta “militante”, sono un cineasta “impegnato”. Non penso di possedere la minima verità su nulla, ma grande convinzione su ciò che penso. Credo che la verità sia completamente soggettiva quindi non poso presentare nulla come verità.

Però lei ha parlato di alcuni argomenti molto prima di altri.

Molto spesso penso a Once More. Nessuno aveva parlato di Aids prima e la gente ha reagito male. Qualche anno dopo invece se ne parlava come di un film classico d'avanguardia che aveva osato parlare in primo luogo dell'amore omosessuale del protagonista che praticamente si suicida di Aids.

Durissimo era Le Café de Jules, un film crudele di uno stupro avvenuto in un bar alla presenza di tutti, senza l'opposizione di nessuno, come se parlasse della violenza della società.

Esattamente, è un microcosmo e soprattutto rappresentava un certo elettorato francese di destra. Le Café des Jules ha un po' cristallizzato tutte queste tendenze, è arrivato in un momento giusto, al contrario degli altri miei film che arrivavano troppo presto. Era prodotto da Arte, è stato presentato a Cannes e a quel punto lo hanno voluto tutti gli esercenti.

Lei ha lavorato molto per la tv...

Sì, ho fatto programmi e film per ragazzi. In Francia è diventato come da voi. Se uno vuole fare un film a basso costo deve passare per la tv e questo fa sì che tutti i film siano castrati. Molti giovani cineasti che fanno un primo film interessante, dopo fanno solo sciocchezze perché la televisione è troppo presente.

Lei ha avuto problemi con la produzione, sappiamo che c'è una lunga pausa tra la fine degli anni novanta e “A vot' bon coeur»”del 2004.

È un po' colpa mia perché ho deciso di interrompere con il cinema perché soffro troppo sia da un punto di vista intellettuale che fisico e mi sono messo a scrivere romanzi. Poi c'è stata la retrospettiva alla Cinematèque che all'inizio avevo anche rifiutato (loro dicevano che ero egoista perché la gente voleva vedere i miei film) ma io non volevo avere più rapporti con il cinema. A questa retrospettiva ha poi partecipato Danielle Darrieux e ha detto senza mezzi termini al pubblico: ditegli voi che non ha il diritto di fermarsi. Così sono tornato alla carica, ho avuto ancora uno o due rifiuti dell'avances sur recettes (il nostro sistema di finanziamento) e così ho avuto l'idea di fare un film in cui si assassinano i componenti della commissione che decide i finanziamenti. Una volta, ai tempi di Once more a Cannes ero a un ricevimento e ho sentito Sergio Leone dire a Lina Wertmuller: questo film è un capolavoro, ma non bisogna assolutamente premiarlo.

Lei ha conosciuto Pasolini, ammiratore di “Femmes Femmes”...

Quando vide il film mi disse: “Ho capito di non essere un cineasta”. Mi chiese se volevo fare un film con lui, in cui avrebbe fato tutta la preparazione, trovato gli attori (era un film con gli Artisti Associati). Lui si sarebbe seduto a vedermi lavorare, nient'altro. Io trovavo che lui non rischiava con la macchina da presa, mentre nella vita rischiava in continuazione. In un film, gli ho detto, ci sono quattro macchine da presa, non è come scrivere una poesia.

Anche con “Barbablù”, che dovevate girare insieme, la vera storia di Gilles de Rais sarebbe stato il primo film sulla pedofilia.

Già in La machine, che ha quasi trent'anni, si tratta con una certa violenza questo tema.

Dopo la campagna di Algeria ho letto: “Preferisce abbandonare la carriera militare”.

Non è vero, io a sei anni decisi di fare cinema, dopo aver visto una copertina con Danielle Darrieux. Poi ho fatto il politecnico per accontentare mia madre e dopo la leva mi sono dedicato al cinema. Ho dato a mia madre la foto con il bicorno in testa, il cappello con un corno davanti e uno dietro (come Napoleone) e ho detto “basta” ho finito il mio contratto con lo stato e ho cercato di fare cinema, non era facile.

È stato regista, montatore, scrittore, attore, produttore dei suoi film e di Biette, di Eustache...

E anche distributore. Biette era una persona meravigliosa, ho subito prodotto i suoi film. Sa cosa diceva Pasolini di Biette che era suo assistente? “Assiste, non fa che guardare”. Jean Eustache era mio assistente e poi ho prodotto due suoi film. Lui è un erede della nouvelle vague, di Rohmer, Godard. Secondo me non ha portato qualcosa al cinema, ha prolungato uno stile. Quando ha fatto La maman et la putaine che è un film rohmeriano, io facevo Femmes Femmes, un punto di vista opposto.

Lei sembra non avere maestri...

Sì, ma ci sono registi che mi hanno impressionato come si direbbe con la pellicola, Max Ophuls e Jean Grémillon e Robert Bresson. Io un erede del cinema francese degli anni trenta più la riflessione critica della nouvelle vague. Il regista più simile a me è Jacques Démy. Forse sono tra Démy e Godard.

Anche Godard oggi è molto a parte.

Sì, completamente. Oggi il cinema si sta spegnendo e lui si spegne con il cinema. Noi siamo resistenti. Quando Godard ha visto A vot' bon coeur era come impazzito. Diceva ai giornalisti: “Risponderò alle vostre domande, ma prima vi voglio parlare del film di Vecchiali”. Per me era come un miracolo. 

Intervista di Silvana Silvestri – IL MANIFESTO – 26/04/2005

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