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MUSICA

Io non mollo la sinistra, ma va recuperata la base

La Sinistra? Non la mollo, è l'unica strada che ho, anche se piccola. E' l'unica idea che mi sostiene”. Il giorno dopo le bordate di Moretti e Fossati contro l'ulivo, Roberto Vecchioni scende in campo. Riconosce ai due colleghi una grande onestà intellettuale, ma rivendica la sua appartenenza alla Sinistra.

Impegnato a Faenza nel debutto del nuovo tour, avvenuto ieri sera e che approderà l'11 marzo al Carlo Felice di Genova, Vecchioni è coerente con l'ironia di alcune canzoni contenute del nuovo album “Lanciatore di coltelli”, una delle quali, “Il mago di Oz”, “è una metafora di Berlusconi”.

Vecchioni ha sentito che bordata?

Fossati può fare ciò che vuole delle sue canzoni, perché è una persona coerente. Se dice che non darebbe più la “Canzone popolare” all'Ulivo, perché pensa che l'idea sia stata tradita, fa benissimo.

Però ha detto che sta aspettando la sinistra.

L'aspettiamo tutti. Semmai, i giornali di destra devono smettere di contrabbandare certe affermazioni come un passaggio dall'altra parte, ovvero a destra. Per quanto mi riguarda, non accadrà mai.

Cosa serve alla sinistra?

Recuperare il rapporto con la base, che si è persa per strada. Non è più il tempo di certificare idealmente la sinistra, l'abbiamo fatto per decenni. Della sinistra ho un'idea chiara e lampante: non tutto può diventare realtà, ma gran parte sì.

E dell'Ulivo cosa resta?

In gran parte rappresenta la sinistra che, ripeto, non intendo mollare. E' l'unica strada che ho anche se piccola, ed è l'unica idea che mi sostiene. Che faccio? Divento anarchico? Passo alla nouvelle droite française di Levy? Eh no, con quelli non ci vado di certo.

Spiaciuto per la polemica?

No, perché Fossati e Moretti sono al di là di ogni ipocrisia. Sono persino coraggiosi perché, da personaggi pubblici e importanti, quello che dicono può provocare uno scossone.

E' quello che è successo.

L'importante è prendere posizione. Io stesso, nel nuovo album, ho interpretato una profonda scontentezza per la sinistra. Ma ho bisogno ancora della mamma. Che prima è stata il Pci e ora sono i Ds. Si vede che non sono ancora grande e cresciuto come Moretti e Fossati.

E nello show torna agli anni '70.

Sì, ripropongo brani che non facevo più da tempo. E sono un chiaro riferimento a quell'epoca, anche se le canzoni erano più lunghe e complesse.

Poi c'è un momento sconcertante.

Un tremendo filmato che abbiamo ottenuto dall'Onu sulla guerra in Palestina. Immagini brutali che non passano in televisione, che non trovano ospitalità perché troppo cruente: palazzi che esplodono, corpi feriti, l'emergenza degli ospedali, bambini che piangono.

Chi le ha scelte?

Mia moglie Daria, regista dello spettacolo. E' lei che li ha fortemente voluti, con una scenografia di colonne classiche che sottolineano certi passaggi emblematici dello show.

Ad esempio?

Far seguire a “Shalom”, una mia nuova canzone sul conflitto generazionale fra padre e figlio israeliani, un successo come “Samarcanda”. Due visioni delle guerra, dalla realtà alla favola.

C'è una metafora?

Certo, in “Shalom” racconto come si distruggono gli uomini senza bisogno del destino. In “Samarcanda” invece il destino rovina gli uomini.

In concerto, parlerà di crisi della sinistra?

Può darsi che venga fuori, anche se non è un happening e in due ore parlo solo due volte. E poi, magari, fra un mese sarò passato dalla parte di Moretti e Fossati.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 04/02/2002

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