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MUSICA

Vecchioni, il Contastorie: quanto è antipatico quel Silvio presidente

Fa poesia, gira in terzetto jazz, scrive libri. Una vita da professore di liceo e da cantautore. Cosa ci fa nella lista nera di Berlusconi? Eppure giorni fa, tra un’accusa alla magistratura e una ai “simboli della dittatura comunista”, l’anatema del premier è scattato anche nei confronti di Roberto Vecchioni, che se ne stava tranquillo a promuovere il suo disco Il contastorie, frutto di un bel tour assieme all’ex Area Patrizio Fariselli al piano e Paolino dalla Porta al contrabbasso.


Che ci combina signor Vecchioni, anche lei comunista?


Mah... di certo ho un nemico politico, il Silvio. Quello sì. Più che altro mi spaventa che dica cose che entrano facilmente nella testa di tutti, quando una qualsiasi persona di buon senso potrebbe rispondersi: ma che puttanata ha detto? Può far davvero male agli italiani.


L’inimicizia è condivisa. Così ha dichiarato il Cavaliere, sottintendendo il suo nome: “Durante le primarie si è detto orgoglioso del fatto che gli elettori di Forza Italia non potevano partecipare”. Come risponde?


Che deve farsene una ragione invece di incazzarsi. Non me ne frega proprio niente. Vorrà dire che la prossima volta che lo incontro mi metterò in ginocchio come Cornacchione e gli dirò: scusami Silvio!


Quanto entra oggi la politica nella sua musica?


Direi men che zero a parte velati accenni. Mi sembra un momento ben scarso e mediocre, quello della politica odierna. L’unica cosa di cui si potrebbe parlare sono queste guerre. Il resto sono inciuci, inguacchi globalizzati. Non sarebbero un buon tema per poesie in musica.


Il luogo comune dice che nei momenti più cupi e squallidi il cantastorie si scatena…


Può anche darsi, ma i momenti politici più pregnanti sono già passati. Dopo il ’79 è tutto finito. Forse non abbiamo insegnato bene ai figli, ma non c’è più stimolo a lavorare perché qualcosa cambi. I giovani sono molto pigri, si lasciano andare, manifestano in piazza ma in pochi esprimono la loro protesta con opere d’arte.


Poveri giovani…


Intendiamoci: ci sono tanti giovani. Quelli che hanno visto fallire i loro genitori e hanno timore a provarci, quelli che non ci provano nemmeno perché hanno altro da fare, quelli che si dedicano alla cultura o a momenti sociali come il volontariato, o alla religione, o alla lotta contro la mafia. Va benissimo, è un altro modo di fare politica. Ma il problema di fondo è che in questa confusione che impera non riescono neppure a trovare un nemico preciso, mentre negli anni Settanta il nemico era chiaro.


Cantava Daniele Silvestri: “Il mio nemico non ha divisa, nella fondina tiene le carte Visa”…


Esatto…


Lei è scrittore, romanziere, poeta, oltre che musicista. Da questo osservatorio come avrebbe visto il Nobel a Bob Dylan?


Benissimo! Prima o poi dovrà arrivare un Nobel a un grande compositore di canzoni. La poesia in musica è riconosciuta globalmente, è un altro modo di far poesia, ma altissimo. Se non Dylan, ce ne sono almeno un altro paio degni. Sicuramente Leonard Cohen, ma lo avrebbe meritato anche de André.


Favole: ne ha inserite alcune nel disco. Per Edoardo Bennato la favola è un modo per camuffare delle verità che dette esplicitamente risulterebbero scomode….


Beh, anche la canzone si usa per questo…


Allora per Vecchioni a cosa serve la favola?


La favola è un mio divertimento per spiegare alla gente che la vita non va in un solo modo, che non c’è un unico finale nelle storie. Le favole che abbiamo ben imparato con i loro esatti finali in realtà potevano avere ben altro svolgimento e ben altra soluzione. La vita è il labirinto di Borges e non c’è un punto finale.


Sarebbe andato da Celentano a “Rockpolitik”?


Certamente. Mi è piaciuto molto il programma innanzitutto perché era fuori da ogni schema. E poi non è affatto vero che io vada ospite solo in virtù del mio grande idealismo. Mi ci sarei tuffato dentro anche perché c’era una gran bella audience. Perché non dirlo? In piccolo sono quello che è stato Santoro e gli altri. Negli ultimi anni è stato sempre difficile trovare un posto in una trasmissione televisiva. Quando c’era Fazio andavo sempre a “Quelli che il calcio”, poi niente, eppure l’ho chiesto.


Intervista di Silvia Boschero – L’UNITA’ – 26/11/2005






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