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MUSICA

Venditti, figliol prodigo

Antonello Venditti torna al "Tenco" dopo 29 anni. Domani sera all'Ariston presenterà"Campus Live", album registrato in uno stage-fiume a Cinecittà che il 9 dicembre arriverà, in versione tour, al MazdaPalace di Genova.

Ma il cantautore è impegnato anche in una rivisitazione del suo passato: il nuovo film dei Vanzina, infatti, prende spunto da una canzone di denuncia, "In questo mondo di ladri", che previde sei anni prima la crisi di Tangentopoli.

Venditti, fu preveggente?

No, solo testimone. Quell'Italia era complice, assillata da leggi che riteneva ingiuste, solidale contro uno stato che tollerava le tangenti, i concorsi truccati, gli appalti mafiosi. Che ti riempiva di tasse.

Ora le cose vanno meglio?

Vanno peggio. Ormai siamo soli, senza difese anche contro quelle istituzioni, come le banche, che ci dovrebbero garantire. Prima eravamo complici, oggi solo vittime.

E lei non sente di dover dire qualcosa?

Lo farò dal 5 novembre con una canzone che mi è costata un anno di ripensamenti. E che solo pochi giorni fa ha trovato una soluzione morale. Non riguarda solo il nostro paese, ma tutta l'umanità. È un po' come la risposta che Dylan trovava nel vento, ma la mia farà riflettere perché va oltre la politica.

Cos'ha contro la politica?

Nulla, non si può pretendere di più, ma da noi stessi sì: dobbiamo pretendere più cura e attenzione per quello che sarà il nostro futuro. È il tema di questo inedito.

Perché torna al Tenco?

Perché la linea di confine tra canzone d'autore e popolare si è assottigliata: ora si accetta di più che qualsiasi brano possa essere un fatto artistico. Così posso rientrare all'ovile.

E sinora dov'è stato?

Molto lontano, verso confini più ampi delle regole da canzone d'autore. Che finalmente è globale e può anche essere espressione di un gruppo o di star come Vasco Rossi. Una volta era impensabile.

Il Tenco la escludeva?

No, ero io che non pensavo di appartenergli. Non mi è mai piaciuto il settarismo, né ho mai dato giudizi politici o morali sulle canzoni. Al Tenco, invece, un po' lo facevano anche perché è nato in contrapposizione al Festival di Sanremo. Non è un caso che nasca lì. Oggi però i confini sono solo quelli della qualità.

È una dichiarazione di libertà artistica?

Più o meno. Nel mio caso, il progetto "Campus Live" nasce come un addio definitivo al pianoforte, inteso come esperienza cantautorale, in favore di una musica più contemporanea, fatta con la band.

E quali canzoni ha scelto?

Una trentina per i concerti e 16 per il disco. Dalla più recente, "Che fantastica storia è la vita", risalendo a quelle storiche degli anni '70. Domani a Sanremo canterò"Sotto il segno dei pesci" ma anche una nuova versione di "Ci vorrebbe un amico", il vero simbolo del mio progetto.

L'ha cambiata molto?

Del tutto. Il testo è più essenziale, la musica sembra nuova, ma soprattutto cambia il significato: è meno romantica, più dura, non parla più di un uomo deluso per amore, ma disposto ad aspettare. Non invoco più un amico "per poterti dimenticare", ma un altro essere umano con il quale parlare. Per il semplice piacere di farlo.

Perché ha inciso l'album fra gli studenti di uno stage?

Volevo annullare l'idea stessa di spettacolo: per tre mesi, quest'estate, ho provato sei ore al giorno fra quei ragazzi. Erano prove aperte al pubblico, senza un inizio e una fine. Ora vorrei trasferire quest'idea nei palasport: il pubblico come scenografia in movimento e lo show che non si capisca bene se è cominciato o meno. Spero di farlo già a Genova, il 9 dicembre. Intanto domani a Sanremo farò una sorpresa, musicale, tanto per festeggiare il mio ritorno. All'ovile.

Intervista di Renato Tortorolo – IL SECOLO XIX – 26/10/2004

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