CINEMA



Lo stregone che resuscita i film

“Al mondo c'è chi spara e chi scava: tu scavi”: Enzo Verzini se ne va in giro con una scritta del genere sulla t-shirt. Enzo Verzini è una specie di stregone, che ha passato 73 dei suoi 83 anni nei laboratori di sviluppo e stampa, maneggiando acidi e creando i bianchi miracolosi di “La sfida” di Rosi, l'alba livida di “La notte” di Antonioni, gli occhi neri su campo bianco della Cardinale in “Otto e mezzo” di Fellini e tanti altri “effetti” specialissimi per registi speciali, da Germi e Pontecorvo a Visconti, in combutta con direttori della fotografia come Di Venanzo, Rotunno, Nannuzzi, scomparso di recente, del quale ha sposato la nipote Anna. Quest'anno ha vinto il David di Donatello per il restauro.

Ironia del destino, anni dopo, si sarebbe ritrovato quegli stessi film fra le mani e avrebbe dato loro una seconda vita, ricostruendoli a partire da negativi mancanti o gravemente danneggiati o da spezzoni di copie sparse per le cineteche di tutto il mondo: “Lattuada mi disse: “Non capisco, “Il Cappotto” è più bello adesso di 30 anni fa”. E pensi: per “Un maledetto imbroglio” che adesso sta al MoMa di New York, m'hanno accusato di aver tenuto nascosta una copia, tanto era bello il restauro”.

Il tutto con le sue mani e con sistemi che tiene gelosamente segreti. Signor Verzini, come ha cominciato?

E' meglio che lo sa subito: sono rimasto orfano a dieci anni e so dovuto andare a lavorare. Ho fatto solo la quinta elementare e ero pure somaro. Però ero simpatico e ogni giorno uscivo con la fascia di capo-classe al braccio. I voti erano tutti miei, ma nun era vero: ero proprio somaro, non studiavo, stavo sempre lì a giocare con le fotografie, quelle sì che mi piacevano.

E dunque per lui, romano de Roma, ex-campione di tango, nato alla Garbatella, Lotto 10, il 28 febbraio del 1918, fu naturale andare a lavorare da Catalucci.

Sviluppava il Luce, la settimana Incom. Io facevo lavori poco importanti, Catalucci dava certe cinghiate, però la notte prendevo i bagni e facevo le prove per conto mio. A sedici anni, lo sviluppatore dei giornalieri s'ammalò e Catalucci lo fece fare a me. Da allora tutti volevano me, il mio sviluppo aveva una brillantezza che gli altri non avevano. Io guardavo il negativo dalla parte di dietro, gli altri lo guardavano davanti. Sono stato lì fino ai 19 anni, poi lui ha dato fastidio alla mia ragazza e me ne sono andato. Dopo due ore m'hanno chiamato alla Saci e poi sono passato alla Luce, dove sono rimasto per 40 anni.

Adesso, dopo circa tremila film, ha deciso che fa solo restauri. In proprio, col suo Studiocine. Ha lavorato per il Progetto Cinema della Phlip Morris, per il Cinema Forever di Mediaset, per Raicinema.

Mi offrono un sacco di soldi ma io non me la sento più di lavorare dalle 9 alle 5. E poi i soldi, boh?, ai miei tempi Cristaldi, De Laurentiis, avrebbero aperto stabilimenti solo per me, pagato milioni su milioni. Ma io preferii rimanere al Luce e mò non so nessuno, tutta gloria e niente soldi.

E' l'unico, in Europa e forse nel mondo, in grado di ricostruire sequenze mancanti. Eppure si tiene stretti i segreti, l'idea di metter su una scuola neanche lo sfiora. Ma quando smetterà lei, che fine farà il suo patrimonio?

Sto insegnando a un nipote mio, Claudio Finocchi, che è molto bravo e non parla manco se l'ammazzi. Come ho fatto certe cose, come gli occhi della Cardinale in “Otto e mezzo”, gliele ho lasciate scritte. Quant'era bella la Cardinale e pensare che quando la portò Germi per “Una maledetto imbroglio” era proprio una burina di Tunisi.

Verzini ti racconta la sua vita come una favola piena di fate: una gioia per la cronista e per il suo nipotino, Simone, capelli dritti e occhioni neri, che lo segue, lo ascolta, lo aiuta (il Mago non sa usare il videoregistratore e Simone lo chiama “l'impedito”).

Con Federico Fellini, ci chiudevamo in proiezione e i giornalieri li vedevamo da soli. Che perdita, Federico. Pensi, io e lui, avevamo già fatto dei provini per Mastorna, avevamo trovato una pellicola che sapevamo solo noi. Ce li hanno rubati. Sarebbe stato un grande film, ne avrebbe parlato tutto il mondo. Quando finì “La dolce vita”, non era soddisfatto. Gli dissi: tu non la vuoi così paglierina, lo so io come la vuoi. M'attaccai al telefono con una ditta olandese e mi feci dare l'esclusiva per una pellicola fredda, che dà sull'azzurro. Stampai su quella e Federico mi abbracciò: “ma come ha fatto a capire quello che volevo?”.

Già, come faceva?

E che ne so? Rosi diceva: Verzini, però appena apri bocca capisce quello che vuoi e lo fa.

Sfogliamo l'album ancora un po'.

Pontecorvo venne da me disperato: gli avevano stampato “Kapò” che sembrava una commediola. Gli dissi: portami una fotografia di come vuoi il film e lo facciamo. Lui torna con la foto e una valigetta per rimanere da me. L'ho cacciato, io lavoro da solo. Marcello Mastroianni a Venezia, fermò l'applauso e disse: vi presento l'eroe del buio. E Fellini gli disse “bravo”. Che bel momento.

Perché preferisce il bianco e nero al colore?

Il colore è troppo semplice, se si rovina, si rovina solo uno strato, non ha gli stessi contrasti del bianco e nero. Tutti gli operatori sanno che è più facile fare il colore.

Chissà come si annoia al cinema, allora?

Non ci vado mai. A mia moglie non piace e pur'io preferisco una passeggiata, una cenetta a lume di candela, un posticino elegante o magari una partitina a poker, qui a casa.

Intervista di Maricla Tagliaferri – IL SECOLO XIX – 05/06/2001