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MUSICA

Le vocine dell'innocenza

(un caso musicale)

Maledetta America, s'intitolava una recente puntata di Sciuscià, coronamento di un'annata che ha cambiato i connotati pubblici un po' ovunque. Vi si disquisiva di quanto fosse cattivo il Grande Fratello, insicuro e guardingo, di quanto nervosismo esprimesse, di quanto, a prenderlo bene, fosse solo un buon ragazzone. A margine dello stagionale accantonamento del problema – al Qaeda permettendo – spunta da un remoto angolo del Nuovo Continente un disco strano, un'inattesa collezione di canzoni che ha le carte in regola per fare da soundtrack a questi ragionamenti, lasciando intravedere un'inattesa detour che conduce chissà dove.

Il disco s'intitola Innocence & Despair – The Langley Schools Music Project, laddove l'innocenza e la disperazione sono una libera associazione descrittiva nata dalla fantasia dei curatori. Il contenuto del cd è quello indicato dal sottotitolo: le registrazioni che hanno concluso il lavoro di un anno scolastico di un gruppo di studenti. Attenzione: stiamo parlando di bambini tra i 9 e i 12 anni e le registrazioni in questione risalgono al 1975-77, un quarto di secolo fa, effettuate in una remota contea della British Columbia, Canada occidentale, dagli studenti di tre scuole, la Lochiel (50 scolari in tutto), la South Carvolt Elementary (tre stanze perse nel mezzo della campagna) e la Glenwood, la più grande.

Tutto era cominciato nel 1971, quando Hans Fenger, un 24enne musicista di Vancouver che non riusciva a farsi largo nell'affollata scena del rock locale, venne a conoscenza della gravidanza della fidanzata. L'arrivo del bambino lo spaventò: voleva un lavoro decente e dal momento che la musica era l'unica cosa che conosceva, s'iscrisse a un corso di perfezionamento come docente per le scuole elementari. Il primo incarico lo spedì perlappunto nel cuore della regione agricola della British Columbia. E qui, presto, il rockettaro che s'era convertito insegnante ebbe l'idea: arricchire i corsi scolastici con un fuori programma che, prima di tutto, avesse il potere d'aumentare le occasioni di socializzazione in un'area dove le distanze sono grandi, il tempo è inclemente e dove i bambini arrivavano ancora a scuola portati a cavallo dei genitori. Il progetto di Fenger ricevette un'accoglienza calorosa e in breve divenne un nodo importante della collettività della zona, al punto da convincerlo, al termine del primo anno di esperienza, a chiedere un'ulteriore sforzo alle famiglie: una modesta autotassazione per pagare la registrazione di un disco autoprodotto, contenente le canzoni del repertorio dell'orchestra vocale adolescenziale di cui era fondatore e direttore, in modo da distribuire a tutti una testimonianza perenne del lavoro e del tempo trascorso insieme.

“L'unico vero incubo era quello logistico”, ricorda oggi Fenger. “Riuscire a mettere tutti i ragazzi insieme in una palestra per effettuare le prove e poi le registrazioni”. Alla fine comunque si giunse a un risultato, evidente prodotto dei gusti musicali pop d'epoca (“Ero quello: un hippie che passava il suo tempo a suonare la chitarra” dice Fenger): una carrellata di canzoni anni '60-'70 scelte fra quelle che meglio racchiudono (qui davvero con innocenza e disperazione) la purezza dello spirito giovanile americano, con ampia rappresentanza di Beach Boys, Carpenters, Carole King e frequenti divagazioni beatlesiane. Il tutto col contributo di una altro docente di musica, Pat Bickerton, che aveva appoggiato l'idea, mettendo al suo servizio i propri gusti raffinati (a lui si deve la concezione d'istintività corale e autoironica con cui i bambini affrontano la rilettura dei celebri motivi, con slancio, energia, senza complessi d'inferiorità). “In realtà non sapevo nulla d'insegnamento della musica a scuola”, racconta Fenger, oggi un veterano del settore che insegna ancora a Vancouver. “Non avevo chiara neppure quale fosse le percezione adolescenziale della musica che amavo tanto. Ma furono i ragazzi ad aiutarmi: che i risultati fossero buoni o no, loro sapevano comunque dare al loro lavoro un fascino inimitabile. E quello che facevamo non era musica per bambini: ho sempre odiato la condiscendenza di questa definizione. La realtà degli adolescenti può essere profonda e oscura come quella adulta. Queste canzoni dimostrano come il loro spettro emotivo e i modi di esteriorizzarlo spazino dalla gioiosità demenziale alla solitudine, alla malinconia”.

E ora le domande: primo, com'è questo disco? E' strano, certo, perché non capita spesso di sentire su un cd un coro di bambini avvolto dallo straordinario riverbero acustico di una palestra situata nel mezzo del nulla (facile immaginare la neve e la notte fuori, oppure la primavera e il sole), eseguire un repertorio raffinato, pescando nel forziere condiviso dagli amanti del pop anglosassone. Certo musicalmente è elementare, nudo, essenziale. Non parodizza, bensì rappresenta una trasmissione culturale inevitabile come quella tra adulti e adolescenti, sulle note di un patrimonio che in parte sarà condiviso, in parte tramandato, in parte dimenticato.

Seconda domanda: perché questo disco sta diventando un caso? Perché smuove gli animi di intellettuali della musica e perché – con un piccolo aiuto promozionale da parte di questi ultimi – è destinato a farlo nella percezione del pubblico tout court, perlomeno oltreoceano. Il motivo è semplice, come ha confermato Hanif Kureishi durante una trasmissione di Bbc3 nel quale ha giudicato Innocence & Despair “il disco più importante del 2002”: la raccolta realizzata da Fenger intercetta un valore seminale del rock'n'roll (e, per breve frazione di tempo, di tutta la cultura pop): l'approccio primario, frontale e totale, assoluto e dedito, d'abbandono ed edonismo sentimentale che questa musica ha descritto e incarnato nel suo momento di grazia. E, di conseguenza, suggerisce la percezione, come una lastra ai raggi-X, di quelle che dev'essere stato il suo formidabile impatto rivoluzionario sulla psiche di un paio di generazioni, laddove ha sradicato preconcetti e paure, sostituendoli con materiali nuovi presi di peso dal magazzino della modernità.

Terza domanda: che uso se ne può fare? Almeno un paio. Uno, il più semplice: metterlo nel giradischi e, se ce ne sono a portata di mano, chiamare i bambini. Ci penseranno loro a funzionalizzare il consumo di un disco dove sessanta coetanei di un quarto di secolo fa si danno da fare per tenere insieme un prodotto gradevole e condivisibile. A lato si potrebbe affrontare Innocence & Despair per la sua natura più spinosa: quella di reperto riapparso dal nulla, affascinante ma rischioso da maneggiare. Dentro il disco non ci sono trappole emotive difficili da evitare (provate a dribblare con nonchalance, se ne siete capaci, la vocina della “solista” Sheila Behman mentre declama una Desperado che mette in fila Eagles e Linda Rondstadt, dando la sua algida versione del sublime spleen del cowboy), ma soprattutto ci sono inconfondibili indizi di morte e distacco: i ragazzi che cantavano nelle scuole di Langley oggi hanno quarant'anni e a malapena si ricorderanno d'averlo fatto. Quelle canzoni oggi sono diventate inni consunti, rassegnati alla banale ripetizione in rituali anacronistici – con tutto quel loro occuparsi d'amori estivi e bruciori ormonali. Prima di riascoltarle nella stravagante rilettura di questi scolaretti, nessuno prestava loro più attenzione di quella che si dedica al tut-tut del telefono. Ma attraverso queste vocine in arrivo dal subconscio del Canada Occidentale-1975 i fantasmi schizzano davanti agli occhi: l'attimo in cui tutto ciò, suoni, parole, il percepirsi in crescita, il sentirsi parte di un tutto in via di cambiamento alla fine non si è rivelato altro che l'effimero passaggio della giovinezza: l'America del '75 è diventata quella di oggi, dove canzoni così non possono essere più scritte, dove l'età adulta è uno stato di fatto non solo generazionale, ma perfino nazionale – un paese definitivamente cresciuto, con tutti i pregi e difetti che tendono a stabilizzarsi e indurirsi.

I ragazzini di Langley adesso sono come un sogno fatto di prima mattina: ci si sveglia ancora con la sensazione d'avere 11 anni come nel sogno, d'essere nel pieno di quella peripezia, di avere sempre e comunque tutta la vita davanti. Non appena si recupera coscienza, la realtà appare diversa, i colori si smorzano, il respiro rallenta, e si ricomincia a camminare sulla propria strada.

“Stavo nel camion a mangiare un panino per pranzo” ha scritto un certo Tim Wade ai curatori della ripubblicazione di Innocence & Despair “quando alla radio hanno cominciato a trasmettere quelle canzoni. La mia reazione è stata travolgente. Da adulto ancora alle prese con un'infanzia difficile, ho percepito la scoperta di come la mia innocenza fosse scivolata via lasciando spazio alla disperazioni e ai miei disperati tentativi di relazionarmi con il dolore. Queste canzoni hanno sospinto ogni genere di spettri fuori da mio cuore, come da un vaso di Pandora. Oggi il mio mondo è cambiato e penso di d'esser forte e pronto al confronto col presente. Ma non riesco ancora a capire se devo maledirvi o ringraziarvi per aver tirato fuori dalla polvere questi nastri, grazie ai quali scorgo finalmente la giusta strada per chiudere i conti con il passato. Grazie”.

Stefano Pistolini – L'UNITA' – 28/06/2002



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