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CINEMA

Le Germanie di Margarethe

Tutto il nostro secolo soffre di Alzheimer. Ed è la peggior malattia: perdere la memoria significa perdere l’identità. E non ci può essere futuro senza passato”. Per Margarethe von Trotta la memoria è una sorta di ossessione. L’ha dimostrato col suo cinema del passato - Anni di piombo, Rosa L. - e continua ancora oggi, col suo ultimo film premiato allo scorso festival di Venezia, Rosenstrasse, in uscita il prossimo martedì 27 gennaio, non a caso nel “giorno della memoria”. Sì perché Rosenstrasse racconta una insolita pagina del nazismo. O meglio di opposizione al nazismo, anzi di resistenza: quella di un gruppo di mogli ariane che, dopo giorni e giorni di protesta, ottennero la liberazione dei loro mariti ebrei, detenuti, appunto, in Rosenstrasse a Berlino.

Eppure Margarethe von Trotta di fronte alla ricorrenza del 27 gennaio esprime qualche incertezza. “Tutti i giorni - dice la regista tedesca - dovrebbero essere i giorni della memoria. Poiché troppo spesso si tende a delegare tutto alle ricorrenze stabilite per scaricarsi la coscienza. D’altro canto però, in un’epoca come la nostra in cui tutto è così veloce da essere dimenticato il giorno dopo, trovo che sia giustissimo aver dedicato un giorno alla memoria della Shoah”.

Lei, del resto, l’ha fatto col suo film...

Ed è stato anche difficile. Ho impiegato dieci anni prima di trovare i finanziamenti per Rosenstrasse. Negli anni Novanta si facevano soltanto commedie, si doveva ridere e basta. Ora, per fortuna, sembra che il vento sia un po’ cambiato. C’è stato il Pianista di Polanski, Volker Schlondorff sta lavorando ad un film sul campo di concentramento di Dachau. Eppure in Germania temevo che questa pellicola non fosse presa di buon grado. Temevo che i giovani la snobassero. Da noi i ragazzi fin dalle prime classi sono bombardati con la storia del nazismo, con gli orrori dell’Olocausto. E, invece, a parte la polemica privata di uno storico che mi ha accusato di aver romanzato troppo la vicenda, c’è stata un’accoglienza molto calorosa nei confronti del film. Anche da parte degli ultimi testimoni di Rosenstrasse. Questo a dimostrazione che nei confronti dell’Olocausto non si può dire basta, ora non serve più parlarne. È come l’Inquisizione, una cicatrice talmente profonda dentro di noi che non si può cancellare in nessun modo. Lo abbiamo visto anche con la guerra in Iraq. In quell’occasione tutta la popolazione europea, dalla Francia all’Italia, è scesa in piazza per manifestare contro. E credo che sia avvenuto perché abbiamo ormai nel nostro dna la memoria dell’orrore della seconda guerra mondiale.

Eppure assistiamo in tutta Europa a recrudescenze neonaziste e antisemite...

È vero, purtroppo. E ancor peggio non credo che il fenomeno neonazista dipenda soltanto da condizioni sociali di povertà e sottocultura. In Germania, per esempio, temo che per molti giovani assuma il valore di una forma estrema di ribellione, come se si trattasse di infrangere l’ultimo tabù. Nel Sessantotto ribellarsi significava essere di sinistra, oggi la sinistra ce l’abbiamo al governo. Però non è certo con la repressione che si può arrestare certi fenomeni.

Pochi mesi fa c’è stato quel sondaggio della Ue che ha causato accese polemiche. La maggior parte dei cittadini europei ha risposto che considerava Israele tra le principali cause dell’assenza di pace nel mondo. Lei che ne pensa?

Credo che troppo spesso gli ebrei prendano le critiche contro lo stato di Israele come espressioni di antisemitismo. Per carità, con questo non voglio dire che l’antisemitismo non esista. Ma è ben diverso da chi critica la politica di Sharon, un’obiezione che, al contrario, secondo me punta alla salvezza del popolo ebraico.

C’è anche chi accusa la sinistra di una tendenza antisemita...

Trotskij e Rosa Luxembourg erano ebrei e direi che erano anche di sinistra...La verità, forse, che anche a sinistra non si è ribadito abbastanza chiaramente la differenza che c’è tra lo stato di Israele e la sua politica, non solo nei confronti dei palestinesi, e l’essere ebrei.

Prima accennava al fatto che le sinistre sono al governo in Europa, quasi con un senso di “resa”. Cosa pensa di questa esperienza politica ?

Purtroppo mi pare che le differenze tra destra e sinistra non siano più così evidenti. Così visibili. C’è stata quasi una sorta di omologazione dei due schieramenti su temi e problematiche. Io non sono certamente un’economista, eppure ho la sensazione che all’unificazione europea abbiamo pagato un prezzo in termini di disparità sociale troppo alto. I divari economici mi sembrano molto forti. Comunque dall’altra parte sono ben felice che si sia arrivati ad un’Europa unita in cui gli stati non si confrontano più in termini di forza. Per questo i politici tedeschi hanno spinto molto sulla riunificazione.

E dalla Germania che idea si ha di questa Italia e soprattutto del nostro premier?

In Germania ci sto poco, ormai vivo a Parigi. E l’impressione che abbiamo di Berlusconi è quella che ha tutta Europa. Anzi è diventata quasi un cliché, quello di un primo ministro che fa tutto soltanto per difendere i suoi interessi. Eppure confesso che l’aver reso pubblica la sua operazione di lifting mi ha colpito positivamente. Non è da tutti confessare una cosa del genere. Soltanto che con la situazione che sta vivendo il paese è addirittura grottesco. Poteva scegliere un momento più opportuno. Con questa storia della Parmalat sembra di essere ripiombati ai tempi di Tangentopoli. Mentre, invece, dall’estero si era creduto che l’Italia fosse cambiata.

Intervista di Gabriella Gallozzi – L'UNITA' – 21/01/04

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