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MUSICA

Wainwright: “Canto contro la destra”

Tempo di consuntivi, questo. Tra i dischi migliori del 2003 non può proprio mancare Want One di Rufus Wainwright. Nato a New York nel 1973 dal matrimonio tra Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle, Rufus ha vissuto a Montreal, in Canada, dai tre anni fino a ventun anni. Influenzato dall'atmosfera che di viveva in famiglia – suo padre è uno dei maggiori cantautori americani dai primi '70 in poi, sua madre ha realizzato con la sorella Anna una manciata di album bellissimi – ha esordito nel 1998 con un disco che porta il suo nome e gli ha procurato immediatamente il favore della critica. Non potendo ignorare le radici della sua educazione Rufus ha comunque allargato il suo raggio d'azione della song americana e all'opera lirica italiana. I cd Poses e Want One hanno confermato che lui non era un fuoco di paglia. Ironico, romantico e poco incline alla diplomazia, Rufus non fa mistero della sua omosessualità e non sopporta la cappa di perbenismo e falso patriottismo che George W. Bush ha steso sull'America del dopo 11 settembre.

Sappiamo che il periodo trascorso fra “Poses” e “Want One” non è stato molto tranquillo. E' per questo che ha voluto dedicare l'album a se stesso?

Sa un certo punto di vista direi che è stato un periodo difficile, ma è stato meraviglioso realizzare quello che volevo...cioè vivere. Non essere una vittima e ho avuto l'opportunità e i mezzi per fermare davvero il mondo, uscire e concentrarmi su me stesso. Sono stato molto fortunato, in questo senso. Non lo considero un periodo negativo, è stato un periodo buono...e al tempo stesso difficile. Uno dei motivi per cui ho dedicato il disco a me stesso è che mi sono reso conto che per anni e anni e anni ho avuto questa idea molto romantica di essere salvato da un cavaliere con un'armatura splendente, ma alla fine devi essere proprio tu il cavaliere che ti salva. Almeno all'inizio.

Questo spiega l'immagine della copertina che la ritrae come un cavaliere?

Non se in Italia è lo stesso, ma in America le arti e il mondo liberal dalla mentalità più aperta sono demonizzati e sottoposti a un duro attacco da parte della destra. Credo che ci sia una battaglia in corso tra l'essere in grado di dire la verità, essere se stessi e venire etichettati come terroristi.

Cosa pensa della guerra e di Bush?

Per molti aspetti una delle mie più grandi preoccupazioni riguarda proprio le prossime elezioni presidenziali in America, che mi sembrano le più importanti della storia del Paese.

Come si sente in questo momento?

Questo disco è una sorta di happy ending per quanto ho passato. L'ho ascritto e l'ho registrato dopo aver superato delle questioni personali. Ed è un disco positivo. Se ascolti la musica di Jeff Buckley e la mia e fai un paragone, credo che dalla sua si capisca che si stava muovendo verso un disastro...ed è questo a renderla così bella. Ascoltando la mia musica puoi dire che io sto cercando di sopravvivere, almeno lo spero. Mi piace portare la speranza in altre situazioni.

Le canzoni possono davvero essere una cura per chi le scrive e per chi le ascolta?

Ci ho provato...ma non voglio che mia musica venga presa troppo come una terapia o come qualcosa che serve a rendere gli altri felici. Vorrei che facesse anche pensare. Il pop che va per la maggiore in America – da Britney Spears a Cher, passando per Kid Rock – è così terribile che già far pensare a qualcosa sarebbe un risultato eccezionale.

Com'è nata la decisione di vivere apertamente la propria omosessualità?

Da un certo punto di vista è stata una cosa interessante. Specialmente dopo l'uscita di questo disco ho parlato molto delle mie esperienze con le droghe e con quello che io ho chiamato “l'inferno gay” e hanno usato questa espressione nel titolo di un articolo anche se io non volevo certo che lo facessero. Questo ha causato un sacco di problemi con certa stampa di destra: “Vedete cosa succede quando si è gay? Si prendono droghe in continuazione”, hanno detto, cosa però assolutamente non vera. E' stata un po' dura, ma direi che ci sono tanti aspetti differenti, in questa storia. Per esempio ho scoperto che la maggior parte delle persone che si mettono più in relazione con me non sono gay, ma ragazzine di quattordici anni...Lo trovo sorprendente. E ci sono anche tanti giovani etero che apprezzano più di ogni altra cosa il fatto che io sono onesto. Ci sono tanti gay che sono molto felici per quello che ho fatto, ma penso sia abbastanza giusto notare che in questo momento non trovo particolarmente interessante la cultura gay. La amo dal punto di vista storico, è incredibile, ma...ho fatto il mio “coming out” perché sono un terribile bugiardo! Sono come Pinocchio.

Qual'è la sua linea di pensiero, quindi?

La mia filosofia è che se una persona è gay o etero, liberal o no, non ama comunque essere ingannata. Più dici la verità, più sei onesto e più le persone lo apprezzano, alla fine.

Intervista di Giancarlo Susanna – L'UNITA' – 05/01/2004



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