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Così diventa un romanzo la vita dentro il carcere

Nonostante il freddo e l'umidità della cella nella quale vive ormai da dieci anni, Yousef si chiude in bagno per ore. E lì scrive. Il riscaldamento è previsto solo per qualche ora al giorno, così appena ha finito si infila sotto le coperte.

Yousef Wakkas, 47 anni, ha lasciato la Siria per l'Italia molti anni fa. È uno scrittore migrante che ha scelto di scrivere i suoi racconti in lingua italiana, testi animati da personaggi che popolano ogni giorno il suo mondo, o meglio uno dei suoi mondi, quello carcerario: immigrati-delinquenti, perenni pellegrini ed esuli in gabbia trasmettono il loro disagio alle persone oltre le sbarre. Lo sguardo di Yousef è quello di chi vive chiuso “per legge” tra le mura di una prigione, dal 1992, dopo la condanna per traffico di stupefacenti. Ma proprio per la sua posizione giuridica, e per il regolamento carcerario, tutti i suoi scritti evitano di affrontare direttamente gli infiniti problemi che un carcerato ha. Basta una frase di troppo, una parola sbagliata per compromettere il futuro, già di per sé complicato. Di conseguenza esprimersi liberamente su certi argomenti – come per esempio sulla legge Bossi-Fini o sul problema del sovraffollamento delle carceri – diventa troppo rischioso. Eppure, l'ironia di Yousef, i suoi disegni, le sue lettere sono più loquaci di qualsiasi altro discorso.

Yousef, perché hai deciso di lasciare la Siria?

Ho lasciato il mio paese perché non volevo vivere una sola volta. Volevo mettere in gioco un altro destino. E nel contempo, rifiutare quello che mi è stato assegnato da un fato miserabile. Prima di cambiare rotta verso l'Italia, simbolo incontrastato di arte, bellezza e neorealismo, ho vissuto per qualche anno nei Balcani, spostandomi quasi furtivamente da un paese all'altro. Tentando di vedere tutti i mondi possibili, di guardare in faccia, cercare un'affermazione accettabile. Non ero solo attratto dal fenomeno elettromagnetico del “benessere” occidentale, ma anche dallo spirito circostante che esso produceva, e che ci raggiungeva in forme pressappoco reali. Un vecchio saggio ci avvertiva esplicitamente, ma noi, infatuati dalle cosce della Cardinale, eravamo ben lungi dall'ascoltarlo. E ci siamo sobbarcati tale fatica.

Cosa facevi allora per vivere?

Facevo ciò che assomigliava agli atti che ci inducono direttamente alla dissociazione e alla duplicazione dell'alter ego. In effetti, attuando il precetto conflittuale dell'eterno gioco tra guardie e ladri, mi trovavo spesso ospite in imponenti edifici governativi, con tante sentinelle e legali malinconici che, fissandoti negli occhi, ti chiedevano con aria noncurante: “Allora, quanto sei disposto a pagarmi per tirarti fuori?”.

Scrivevi già?

No, all'epoca non scrivevo ancora, ma come essere pensante ero consapevole che, prima o poi, non trovando alternative, mi sarei sfogato con la carta e la penna. E successivamente, cioè nel '95, iniziai a farlo, estendendo a dismisura sia i miei sentimenti sia le mie esperienze a ciascuno dei mondi che compongono la mia esistenza.

Perché hai scelto di scrivere in italiano?

E' stata una scelta obbligatoria. D'altronde, avevo bisogno di comunicare col prossimo che in questo paese parla esclusivamente l'italiano. Altrimenti mi avrebbero gridato in faccia: “Ma che sta dicendo! Mica capisco l'arabo!”.

Il professor Gnisci (docente all'Università di Roma La Sapienza) dice che gli scrittori migranti fanno vera letteratura, perché hanno davvero qualcosa da dire. Tu cosa hai da dire?

Ho un paio di cose da dire. Primo: i due aspetti dell'immigrazione non sono lungi dall'avere la stessa importanza, a cominciare da quello più immediato, cioè la divisione netta del mondo tra il Nord dei ricchi e il Sud dei poveri. Secondo: il dialogare con persone lontane serve a rendere partecipi di esperienze e valori diversi. Ma perché parlargliene? Perché l'insieme degli individui – data l'analogia degli elementi fisici e psicologici che ci compongono – possono far credere almeno in una somiglianza concettuale.

Come trascorri le tue giornate?

In genere pensando ad un oggetto (la caffettiera ad esempio) che appare semplice da un lato e tremendamente complessa dall'altro (a chi tocca lavare la caffettiera?).

Che lavoro fai?

Lavoro in una ditta di allestimento, un ambiente piacevole, data l'atmosfera creativa. E' difficile stare al di fuori del cerchio solido dell'egocentrismo, ad eccezione del capo che ne è il perno!

Che rapporto hai con i tuoi colleghi di lavoro? E con i tuoi compagni di cella?

Costruttivo ed amichevole con i colleghi di lavoro. Amichevole e solidale con i compagni di cella.

Cosa significa per te “vivere per legge”?

Significa essere conforme ad una marea di articoli e commi previsti dal trattamento penitenziario. Così si dorme ai sensi dell'articolo 6 capo 2 (locali di soggiorno e di pernottamento in camere ad un posto a meno che la situazione particolare dell'istituto non lo consenta), ci si veste ai sensi dell'articolo 7 (comma 2: l'abito è di tessuto a tinta unita e di foggia decorosa...comma 4: i detenuti possono essere ammessi a fare uso di corredo di loro proprietà e di oggetti che abbiano particolare valore morale o affettivo...); ci si mantiene puliti ai sensi dell'articolo); si mangia ai sensi dell'articolo 9 (ai detenuti e agli internati è assicurata un'alimentazione sana e sufficiente, adeguata all'età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima); e infine, si permane all'aperto ai sensi dell'articolo 10 (ai soggetti che non prestano lavoro all'aperto è consentito di permanere almeno per due ore al giorno all'aria aperta). Tale periodo di tempo può essere ridotto a non meno di un'ora al giorno soltanto per motivi eccezionali). Tuttavia, accanto all'ipotesi di ristrettezza, peraltro infondata, si ha il diritto di reclamare ai sensi dell'articolo 14. Ma la cosa migliore e saggia resta quella di “scontare” la propria pena, adeguatamente e felicemente.

Come definisci la tua vita in carcere?

Una specie di nevrosi coatta: preoccupato da tanti pensieri, che in realtà sembrano privi di alcuna importanza. Infatti, dato che vivo una duplice esistenza, a volte i miei pensieri mi sembrano estranei, almeno è quello che mi riferisce spesso il mio compagno di cella. Anche lui cambia di volta in volta e conferma che gli impulsi manifestati casualmente davanti ad avversari ipotetici sono infantili e insensati.

Amnistia, indulto, nuove strutture: governo e opposizione propongono tante e diverse soluzioni per il problema del sovraffollamento delle carceri. Qual' è la soluzione più giusta per te?

Omissis...Omissis...Omissis.

Pensi che l'attuale governo stia facendo qualcosa per migliorare la situazione delle carceri?

Sì, credo fermamente nei miracoli!

Qual' è il problema più urgente da risolvere nelle carceri italiane? E il problema più grosso per gli immigrati?

Indubbiamente la quantità della pastasciutta che resta ancora sotto l'aliquota dei cento grammi, senza parlare della mancanza all'interno delle carceri di ricevitorie di totocalcio, lotto e superenalotto. Tale mancanza, che peraltro costituisce uno degli ingredienti essenziali del nuovo spirito italiano, causa traumi non trascurabili ai detenuti, siano indigeni o intrusi. Mentre il problema più grosso per gli immigrati è quello di scegliere tra l'integrazione ambientale, e quindi il rischio di diventare professionisti del crimine, e l'ipotetico reinserimento sociale (previsto solo per chi ha una famiglia). Poi c'è il problema della lingua, delle usanze, dell'incomprensione reciproca. Insomma il sentirsi costantemente un “perfetto straniero”.

Intervista di Francesca De Sanctis – l'UNITA' – 24/12/2002

Youse Wakka – Fogli sbarrati – Edizioni Eks&Tra – pp.160 € 8




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