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CINEMA

Wim Wenders: maschi privi di bussola

“Chi è Howard?” potrebbe diventare il titolo di questo festival di Cannes, almeno nella sua rassegna ufficiale. I film della competizione girano, per la maggioranza, attorno allo stesso tema: padri, maschi, occidentali, senza bussola.

Howard è il protagonista di Don't come Knockin' (letteralmente Non venite a bussare, sottinteso "perché non vi sarà aperto") ed è il titolo del film che il regista tedesco Wim Wenders porta in corsa a Cannes per la Palma a 21 anni dalla vittoria con Paris Texas.

Howard è un cowboy, di nome e di fatto. Nella vita fa l'attore, famosissimo interprete di western. Nelle pause del set, riempie il tempo con droga, alcool, belle ragazze, dollari e, occasionalmente, galera. Sposata la fama da moviestar, si è lasciato alle spalle tutto il resto della sua vita: una madre che non vede da trent'anni, un padre che non sapeva nemmeno fosse morto, una donna che forse aveva amato. E chissà cos'altro. Dopo una notte di bagordi come tante altre, scappa dal set e inizia la sua fuga. Verso non sa ancora cosa. E decide di ricominciare da lì, dall'unico punto di partenza che gli è ancora rimasto: la casa di sua madre. E' lei a confessargli che dietro le spalle della sua dorata carriera cinematografica si è lasciato anche un figlio, che ora ha vent'anni. E così Howard inizia il suo viaggio per rimettere insieme i pezzi di qualcosa che si è rotto molti, molti anni prima. La sua vita vera. Quella che non è un film. Così ci racconta Don't come Knockin' Wim Wenders, camicia da cowboy, occhiali da sole con lenti gialle e sigaro.

Un film su un padre perduto?

Su un uomo perduto. Io non definirei Don't come Knockin' un film sulla paternità, quanto piuttosto una storia d'amore e di occasioni perdute. Howard non si è accorto di aver perso gli appuntamenti più importanti della sua vita. Quello con l'amore per una donna, per dei figli, per un luogo in cui costruirsi una vita. Direi che è un film che parla soprattutto della disgregazione della famiglia.

Forse non lo sa, ma il tema dei padri che hanno perso i figli, e viceversa, ritorna come una costante in molti film. Il suo ha molto in comune soprattutto con i "Broken Flowers" di Jim Jarmush.

Credo che la disgregazione di cui parlavo prima e il senso di sperdimento che ne consegue sia un sentimento che avvertiamo in molti. Evidentemente è un tema in questo momento centrale.

Forse il suo è anche un film sul rimpianto…

Decisamente. Il protagonista a un certo punto si rende conto di aver perso l'unica occasione della sua vita di amare ed essere amato da una donna, di crescere un figlio. La perdita è totale e irreparabile. Quel tempo non tornerà indietro. Ora deve solo scegliere come continuare a vivere il resto della sua vita.

Ma per scrivere la sceneggiatura, assieme a Sam Shepard che qui è anche interprete, da dove siete partiti? Dalla voglia di affrontare un tema o da altro?

Shepard come sceneggiatore non affronta mai "temi", parte sempre dai personaggi. E io lo seguo fedelmente. Anche in questo caso siamo partiti da Howard e abbiamo proceduto scena dopo scena, vedendo dove ci avrebbe portato il suo umore, la sua indecisione, il suo silenzio.

E la discrepanza tra le donne e gli uomini del film è voluta? Le prime, nonostante le delusioni della vita, sembrano in grado di andare avanti. Gli uomini sono invece completamente perduti…

E' la verità. Non so se è un effetto che abbiamo cercato, ma questa differenza tra uomini e donne è un dato di fatto.

Il paesaggio, magnifico, del Montana e della Monument Valley. Sembra uno scenario inevitabile per un western. E' per questo che lo avete scelto?

Quando ero giovane, in Germania, e sognavo l'America, sognavo la Monument Valley. Mi sembrava il posto più magico di questo pianeta. Credo però sia anche un paesaggio che appartiene all'immaginario di tutti noi, il luogo in cui gli uomini dicono addio alle loro donne, giurando che un giorno torneranno. Peccato che questa memoria, da film di John Ford, sia stata così profondamente minata dalla pubblicità di una nota industria di sigarette. Da allora, quel luogo ha perso gran parte della sua anima.

Come in tutti i suoi film, le musiche hanno un ruolo centrale. In questo caso, ha scelto di lavorare con T-Bone Burnett.

Nessun altro avrebbe potuto fare le musiche per questo film. E' un grandissimo talento e ha scritto magnifiche colonne sonore. E' venuto a fare i sopralluoghi per il film assieme a me e a Shepard. Loro due si conoscevano dagli anni Settanta, dai tempi del "Rolling Thunder Tour", quando T-Bone era la seconda chitarra di Bob Dylan e Shepard cronista di quello storico evento per il rock'n roll.

E le caratteristiche di ripresa? Ha usato sempre il cinemascope…

Non c'era altro modo per contenere la grandiosità degli scenari del Montana, del Nevada, dello Utah.

Il cuore dell'America selvaggia. La sua fascinazione per gli Usa sembra senza fine. Girerà lì anche il suo prossimo film?

Forse no. Forse, dopo 12 anni tornerò a girare in Europa. Per ora ho intenzione di ritirarmi a Parigi per qualche tempo a vedere tutti i film che non ho visto. Poi si vedrà.

Intervista di Roberta Ronconi – LIBERAZIONE – 20/05/2005

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