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CINEMA

Mia madre è nazista

Un quadrante d'orologio senza lancette, circondato da una foresta d'ombre, precario piano basculante dove scivolano i deliri di una vecchia nazista novantenne a colloquio con la figlia, abbandonata tanti decenni prima per correre incontro a Hitler, giù in fondo all'inferno. E' la scenografia che Enrico Job ha costruito per Lasciami andare, madre, il nuovo spettacolo di Lina Wertmüller (che debutta il 24 febbraio al Piccolo Eliseo di Roma), a sua volta ispirato dall'omonimo libro di Helga Schneider. Storia biografica dell'autrice, nata in Polonia alla vigilia della guerra e vissuta tra Germania e Austria prima di stabilirsi in Italia nel 1963. Solo nel 1971 Helga viene a sapere che la madre aveva abbandonato lei e il fratellino di pochi mesi nel '43 non per una semplice febbre d'amore per un uomo, ma per una passione fanatica e devastante: diventare guardiana nei campi di sterminio, condividendo fino in fondo il tragico piano di Hitler. E dopo altri ventisette anni di silenzio, Helga viene informata che la madre è ancora in vita. Decide di incontrarla, di andare in cerca di un'impossibile spiegazione, di capire chi è il mostro che l'ha partorita.

Una storia pazzesca, tragica e densa di orrore che Lina Wertmüller ha scelto di portare sul palcoscenico, dopo aver letto il libro e dopo aver incontrato l'autrice, “una signora bionda dagli occhi azzurri e dall'aria composta e civile”, i cui libri, pubblicati da Adelphi, sono “documenti di doloranti dell'orrore di una terribile esperienza”. “ero poco più che una bambina quando, alla fine della guerra, arrivarono quelle immagini tremende dei sopravvissuti nei campi di sterminio che mi hanno sconvolto – spiega la regista -. Da allora, in modo ricorrente, mi sono documentata, ho avuto molti incontri, saputo storie, una più straordinaria dell'altra. Tutte terribili”

Cosa l'ha colpita di più nella storia di Helga Schneider, ispirandola addirittura a farne uno spettacolo?

Helga è una donna straordinaria che ha avuto il coraggio di confrontarsi con una madre che ha lasciato i suoi figli per aiutare Hitler nel suo folle progetto di sterminio. Ecco, l'aspetto singolare di questa storia è cogliere la testimonianza di chi stava dall'altra parte.

Ma è possibile trovare una ragione in quella follia?

E' come sporgersi sull'abisso. La stessa Helga realizza un'attrazione per quell'abisso, vuole sapere i dettagli dell'orrore e patteggia con la madre, con il mostro che, adesso, a novant'anni, vuole essere chiamata “mammina”. Diventa un gioco al massacro, Helga accetta di chiamarla Mutti se la donna le racconterà tutto quello che è successo.

Tracce di pentimento?

Nessuna. E' una donna fiera, fanatica. Nei suoi alterni momenti di lucidità rinnova il suo atto di fede dell'aver aiutato Hitler, lo considera una sorta di dovere eroico. Ogni tanto emerge un filo di dolore ma che la donna ricaccia via come una debolezza. Insomma, sembra felicissima di averlo fatto. Nel '41 le cose andavano già male in Germania, e lei è corsa in aiuto del suo Führer. Era difficile diventare un SS, si dovevano seguire dei corsi di disumanizzazione, abituarsi agli orrori dei Lager. Era un alto onore mostrare di non aver nulla di umano. Non c'era posto per la pietà in coloro che si consideravano una razza superiore. Ma c'è qualcosa di ancora più sconvolgente in questa storia...

Ovvero?

Esiste ancora oggi un'associazione, presieduta da Frau Gudrun Burwitz – cioè la figlia di Himmler, il grande architetto della soluzione finale – che ha mantenuto e finanziato negli anni gli ex nazisti, presumibilmente con i soldi e i valori strappati alle vittime dei Lager. E' tutto documentato in un libro di due giornalisti tedeschi, Oliver Schröm e andra Röpke, uscito l'anno scorso in Germania e ubito sparito dalla circolazione. Io sono riuscita con gran fatica a trovarne una copia.

Perché ha concepito questo spettacolo, incentrato su tanto orrore, come un Musik Drama?

Non ho affrontato la materia in modo naturalistico ma come un grande delirio dove si affacciano di continuo incubi e ossessioni. In questo contesto la musica è una sorta di espressione dei sentimenti umani, niente a che vedere con il musica americano, semmai vicino al Kabarett di Brecht-Weill, ma senza canzoni, solo brandelli di poesia tra le pieghe del dramma. Un recitar cantando ideato con Italo Greco e Lucio Gregoretti, i due musicisti.

Helga è Milena Vukotic, più inconsueto Roberto Herlitzka nei panni della novantenne nazista...

E' un attore che stmo profondamente, capace di andare fuori dal seminato, di avventurarsi su sentieri nuovo. Ha accettato con entusiasmo questa parte, lui che ha persino sangue ebreo nelle vene...Quanto a Milena, la conosco da giovanissima, è stata una delle sorelle del mio Giamburrasca. Ex ballerina – è stata nelle file della compagnia del Marquis de Cuevas -, sa cantare, suonare, ed è un'attrice drammatica e ironica insieme.

Dopo il teatro, tornerà al cinema?

Sì, inizierò un film a marzo con Sophia Loren e Murray Abraham. Ma questa è un'altra storia...

Intervista di Rossella Battisti – L'UNITA' – 07/02/2004

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