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CINEMA

Wes Craven, la paura in volo verso New York

Un'acrobazia di piani e di scontri a bordo di un affollato volo notturno verso New York in ritardo per il mal tempo, è Red eye, l'ultimo lavoro di Wes Craven che segue la mutilatissima disavventura di Cursed (il suo film sui lupi mannari purtroppo vittima dello zelo di postproduzione della Miramax) con uno dei suoi film più stringati e avvincenti degli ultimi anni. Pochissimo il sangue, altissima la tensione tra la patinata, ineccepibile, direttrice delle comunicazioni di un grande albergo della Florida (Rachel McAdams) e un affascinante sconosciuto (Cillian Murphy) che intende usarla per portare a compimento un omicidio.

Hai fatto un film pauroso su due persone sedute una vicino all'altra...

Trovavo la storia molto interessante e ancora di più le possibilità drammatiche di una situazione che aveva luogo in uno spazio così costretto. Non ci sono molti film che tengono testa a una sfida del genere. Lifeboat è uno dei pochi. E poi nella sceneggiatura c'erano degli echi dell'undici settembre che trovavo pertinenti. Infine mi piaceva molto l'opportunità di esplorare il microcosmo umano che gravita intorno a un viaggio in aeroplano, la gente che cerca di passarti davanti in coda, le hostess... Era come Piccola città, un Thornton Wilder in volo.

In effetti le scene all'aeroporto, all'inizio ricordano molto la situazione delirante degli aeroporti post 11 settembre quella sensazione di caos, di rabbia di collasso dell'infrastruttura, quasi di abuso...

All'inizio avevamo una lunga sequenza in cui la protagonista doveva passare attraverso la trafila dei sistemi di sicurezza. Ma era così lunga che non saremmo mai arrivati a bordo quindi abbiamo dovuto lasciarla perdere. Ma, in effetti, c'era tutto quello che succede oggi, la gente che spinge, quelli che sono costretti a togliersi le scarpe e la cintura per passare ai metal detector. Viaggiare in queste condizioni è una situazione così strana...

Comunichi molto bene anche la rabbia e la frustrazione che ne derivano...


Io vengo da una famiglia della classe lavoratrice di Cleveland - gente che lavorava in albergo, macchinisti, quindi pensavo a tutti quelli come loro che hanno perso il lavoro, la pensione. Ed è quello che è successo per esempio con la United Airlines. Gli executives se ne sono usciti con un sacco di soldi di liquidazione e le pensioni accumulate per anni dagli impiegati sono evaporate in un baleno. Infatti, nel film ho la scena con l'hostess che dice “prima ci tolgono la pensione adesso pure la teiera”. Volevo che si vedesse come sia stia lottando.

Come hai lavorato sulla paura?

Carpenter ha fatto un film su una macchina assassina, ci sono parecchi incubi a bordo di navi e con gli anni mi sono passati tra le mani anche script con serpenti e zombie a bordo di aerei. In realtà, più che sul veicolo, per me questo era un film su quello che succede nella testa delle persone, dei due protagonisti. Lei è intrappolata da questo tipo (Cillian Murphy, ndr). È un situazione di oppressione estrema alla quale fa fatica a sottrarsi anche per qualche minuto, perché gli aeroplani sono veramente dei luoghi molto pubblici. I personaggi mi affascinavano molto: nessuno dei due era particolarmente semplice. Lei credi di conoscerla in tre inquadrature e poi, a un certo punto, devi rivalutarla completamente. L'impiegata ineccepibile degna di assoluta fiducia fa una scelta che nega tutta la sua identità e da qui insospettabilmente trae della forza. Anche il personaggio di lui è molto curioso, un uomo che si comporta come se stesse per innamorarsi, o almeno per flirtare, con la sua vittima e che continua a comportarsi in quel modo anche una volta che ha rivelato le sue intenzioni. Come se ci fosse qualcosa di lei che lo attrae veramente. Continua a parlarle come cercando di piacerle sul serio, come se fosse un amico non un carceriere. È un tipo che non sa veramente chi è. Mente a tutti, se stesso incluso. E quando c'è la scena della testate, e sulla fronte gli appare un rivoletto di sangue - elemento che ho introdotto io nella sceneggiatura - è come l'inizio di una crepa nella sua “professionalità criminale”. Inizia a sembrare una sorta di selvaggio a non sapere più cosa fare.

Hanno scritto che ti stai prendendo una vacanza dal cinema dell'orrore, in realtà non è vero...

Credo che ci sia orrore anche qui, solo in una versione leggermente diversa. Non siamo alle prese con una serie di omicidi ma piuttosto con una sorta di orrore psicologico, una senso di incubo e suspense. Curioso: abbiamo fatto una proiezione test del film annunciandolo come l'ultimo lavoro del maestro dell'horror Wes Craven. All'uscita, sui giudizi, molta gente diceva che non c'era abbastanza sangue. Alla preview successiva mi hanno pubblicizzato come “il master della suspense” e tutti sembravano felici che io facessi qualcosa di nuovo. Il fatto è che sono venuti al cinema aspettandosi un thriller quindi nessuno ha pensato di essere stato fregato. Comunque mi piace l'idea di un film pauroso dove per gran parte dello svolgimento nessuno muore. E dove una penna risulta un'arma micidiale. Proprio per quello volevo una penna un po' speciale. Ne avevamo scovata una con sopra Bart Simpson ma non ci hanno dato il permesso di usarla. Peccato.

Hai cambiato qualcosa della faccenda dei terroristi dallo script originale?

Nelle mie intenzioni tutto quel cotè era molto meno definito. Solo che alla fine, dopo aver montato e mostrato il film, abbiamo scoperto che il pubblico si seccava perché non sapeva chi fosse l'obbiettivo dell'attentato - che io avevo inquadrato come un generico uomo d'affari e non come lo zar della homeland security - o chi fossero i terroristi. Io li avevo immaginati completamente silenziosi, anonimi, così abbiamo dovuto definirli un po' meglio. E dare al protagonista un lavoro che avesse a che fare con la sicurezza. Ma era nelle mie intenzioni cercare di tenere la cosa in generale in modo che non si pensasse a dei gruppi o delle nazionalità precise. Anche perché per me, da una parte e dall'alta si sta parlando di gruppi che per professione tentano costantemente di uccidersi uno con l'altro.


Intervista di Giulia D’Agnolo Vallan – IL MANIFESTO – 19/10/2005


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