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MUSICA

Youssou N'Dour, Manu Chao

La morale del rock

Si sono sfiorati, probabilmente senza nemmeno saperlo. Eppure erano lì, a pochi isolati di distanza, per le strane coincidenze degli arrivi e partenze del rock. Youssou e Manu, piccoli grandi uomini di una musica senza frontiere, che parla al corpo, al cuore e al cervello di chi ancora voglia di diverso. Di chi ancora crede che una canzone possa esprimere dei concetti, lanciare dei messaggi, uscire dallo schema “sole,cuore,amore”, Youssou parlava a ruota libera con un nugolo di cronisti, mentre Manu scaldava la console per un'estemporanea conduzione radio a Popolare Network. Curioso ripensare all'incrocio magico di questi due viaggiatori instancabili, dalle storie belle e impossibili. Così vicine, così lontane.

Prendiamo Youssou, “leone di Dakar”, un passato da enfant prodige sui palchi della sua città, intento a creare le fondamenta di un genere libero e selvaggio chiamato mbalax, che avrebbe fatto rizzare i capelli ai puristi più ortodossi. Dentro c'era quel che i giovani musicisti senegalesi ascoltavano più o meno di nascosto, il jazz americano o miti come Santana, Hendrix e James Brown. Youssou, col passar del tempo e la forza di una voce sublime, divenne il loro profeta, pronto a spiccare il volo verso il resto del mondo.

A farlo conoscere ci pensò quel geniaccio di Peter Gabriel, uno che alla world-music s'interessò in tempi non sospetti: era il 1986 e Youssou stupì il pianeta svettando sulle note di In your eyes, un brano che l'Arcangelo ama tuttora portarsi in giro. E, poi, la consacrazione sul palco dell'Human Rights Now, il tour mondiale di Amnesty International del 1988, che mise sullo stesso piano il giovane Youssou col fior fiore del rock internazionale, portando il vento dell'Africa e tutte le sue problematiche a contatto ravvicinato con l'opulento Occidente. In molti, sommersi dalla popolarità, avrebbero ceduto. Youssou no. Nemmeno quando un singolo inciso con Neneh Cherry, 7 Seconds, divenne best-sellers planetario e classico indimenticato di metà anni Novanta. Le sue ultime prove, per esempio un disco di tre anni fa passato un po' in sordina come Joko, lo vedono coerente e diretto nel suo impegno di unire stili di musica e di vita. N'Dour continua a stare a Dakar, ma una volta all'anno, a Parigi come a New York, organizza la sua Great African Ball, dove presenta il meglio delle novità artistiche delle sue terre. Ora sta per pubblicare, il 25 ottobre, un nuovo disco, Nothing's in Vain, che risponde con la forza dell'amore ai vari problemi guerrafondai sparsi per il mondo. Tra una cover di Brassens e titoli sparsi in quell'idioma suggestivo che mescola lingua wolof, inglese e francese, Youssou invita al rispetto, alla tolleranza, all'unità, a non sfruttare gli altri e a non chiudersi a riccio nel proprio bieco egoismo. Parole chiare, nette, semplici. “lancio messaggi di pace e speranza. Questo vuol essere anche un modo per mostrare un altro volto dell'Africa, più solare e positivo” spiega. Ma non nasconde i problemi immensi che il suo paese continua ad attraversare: “ma c'è un modo per cominciare a cambiare le cose: cancelliere il debito. Assieme ad altri musicisti africani sostengo la campagna Jubilee 2000: gli occidentali dovrebbero capire che togliendoci questo peso ne guadagnerebbero anche loro. Cancellare il debito significherebbe restituire un barlume di democrazia in paese martoriati dalla mancanza di libertà di libertà od oppressi dai dittatori.

Poco più in là il “Clandestino” Manu sferra micidiali fendenti al mondo brutto che ci gira intorno. Se Youssou dosa le parole e confida in un sentimento umano che possa far superare le avversità. Manu è, con licenza parlando, incazzato nero. E' lui stesso a reclamare la presenza dei giornalisti. “Ho letto su un giornale che, ormai, per la legge quello di Carlo Giuliani non viene più considerato un omicidio. Beh, di fronte a queste cose rimango di stucco. E mi sento ancora più perso. Ho mandato subito un messaggio di solidarietà ai genitori di Carlo: adesso che vado a Genova vorrei proprio incontrarli”.

L'uomo della Mano Negra, che per la sua band storica ha scelto il nome di un gruppo anarchico dell'Andalusia, non è cambiato. Sempre mina vagante, personaggio scomodo, che vuole l'assoluto controllo su ciò che incide e su dove suona. E che accetta con un sorriso grande come una casa di venir definito uno con la “vocazione da rompicoglioni”: “Perché io dico sempre quel che ho da dire. E ora ne ho da dire tante. In genere cerco di trasformare la rabbia che ho dentro in qualcosa di positivo, ma oggi è talmente grande l'irresponsabilità della gente al potere, che non riesco a stare calmo. E a pensare positivo”. Sono così tante le assurdità del mondo, che Manu non riesce quasi a stilare la sua hit-parade del peggio in circolazione. Al primo posto, infine, piazza Bush. “La cosa che più mi fa arrabbiare è il fatto che ci stiano prendendo in giro. E' chiaro, tutti sanno che Bush vuole attaccare l'Iraq per il petrolio, eppure dalla tv trattano la gente come bambini, tirando in ballo motivi vergognosi come la difesa della democrazia. Altro che ragioni etiche, sono solo motivi economici. E già che ci siamo, al signor Bush vorrei chiedere: dove sono finiti i prigionieri di guerra talebani? I più fortunati sono a Guantanamo, ma sembra ce ne siano molti morti nei container. E il governo Usa dice che non ne ha colpa. I soliti due pesi e due misure. Perché non si fa una bella inchiesta seria anche su queste morti?”.

Se siete fan di Manu, tenete pazienza: perché il nostro ha deciso di prendersi una lunga pausa di riflessione: “Sento che sono a un bivio e non ho niente di programmato davanti a me. So solo di essere in un felice momento creativo: scrivo un sacco di canzoni, ma chissà quando le pubblicherò”.

Diego Perugini – L'UNITA' – 08/102202



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