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MUSICA

Yo Yo Mundi, il ritmo resistente

Sono passati 11 anni dall'uscita de La diserzione degli animali del circo, debutto del `94 degli Yo Yo Mundi, quintetto piemontese di Acqui Terme. Già quel lavoro, dedicato alla Lav, la lega antivivisezione, chiariva gli intenti combat folk della formazione e l'impegno politico che li avrebbe contrassegnati. In quel disco, poi, figuravano anche ospiti musicali di rilievo come Michael Brook e due Violent Femmes. Da allora il gruppo ha inciso sei dischi, quattro mini cd e partecipato a una schiera di progetti e compilation, tra cui il fondamentale Materiale resistente, progetto per commemorare il cinquantesimo anniversario della Liberazione e in cui i partecipanti (Csi, Modena City Ramblers e altri) rieseguivano vecchi canti partigiani e presentavno pezzi inediti. Dopo 54-Wu Ming, ideale sonorizzazione dell'omonimo romanzo di Wu Ming, con voci recitanti come Giuseppe Cederna o Fabrizio Pagella, la band torna con Resistenza, un cd live e dvd in uscita per il manifesto. Il lavoro documenta lo spettacolo teatrale La Banda Tom e altre storie partigiane curato e realizzato dagli Yo Yo Mundi e dedicato all'eccidio del 15 gennaio del `45 da parte dei nazisti dei 13 partigiani della Banda Tom. Ne abbiamo parlato con Paolo Archetti Maestri, cantante e fondatore della band.

Sono passati dieci anni esatti da «Materiale resistente» e la voglia di cantare la Resistenza per voi non è passata. Cosa è cambiato e cosa è rimasto identico in questo mondo negli ultimi dieci anni?

Intanto sono stati dieci anni di Bush, di Berlusconi, di leghismo e leghismi, di povertà, guerre e vessazioni. Ma sono stati anche dieci anni di lotte che hanno generato una nuova consapevolezza, nuove forme di democrazia e, lo speriamo tanto, una nuova scena politica e sociale che vedrà protagoniste molte delle idee che abbiamo cantato, molti dei valori - come la Resistenza - che ricordiamo e difendiamo dalle vergognose riscritture e dalle continue strumentalizzazioni. Resistenza è la testimonianza audio e video del nostro spettacolo La Banda Tom e altre storie partigiane - con ospiti come i Gang, Paolo Bonfanti e Giuseppe Cederna. È, innanzitutto, un lavoro sulla memoria, ma anche un tentativo di trovare nuovi modi per raccontare quelle vicende e quei valori alle generazioni che verranno. A questo proposito mi va di ricordare cosa ha scritto sull'argomento Fabrizio Meni, collaboratore del progetto La Banda Tom: “Della Resistenza come evento storico sappiamo tutto. Il lavoro compiuto dagli storici è approfondito, asettico, imparziale, obiettivo. La storia non ha morale. Ed è per questo che la storia, si può e si deve condividere. E la memoria deve essere sempre parziale, perché sceglie, prende posizione, afferma”. Noi ci proviamo con la nostra musica e con questo album. Siamo arrivati a realizzare questo lavoro dopo aver ascoltato molto e imparato molto, dopo aver trovato la materia bruta della creazione tra l'emozione delle testimonianze raccolte, dopo aver rielaborato tanto altro materiale sulla Resistenza. Partendo dai sogni e dalle speranze di un'intera generazione per farci catapulta e proporre, sogni e speranze, a chi si avvicinerà a questo nostro album alle storie che cantiamo, noi che abbiamo avuto la fortuna di ascoltarle dalla viva voce degli ultimi testimoni. Alla faccia di chi sta provando a riscrivere la storia in modo strumentale, alla faccia di chi, nel governo, vorrebbe equiparare coloro che hanno contribuito - anche con il sacrificio della propria vita - alla Liberazione e alla Resistenza con quelli che avevano aderito alla Repubblica di Salò.

Oggi non sono molti gli artisti, che si occupano di musica e di altri linguaggi, a confrontarsi con questioni di attualità e con problematiche storiche come la Liberazione, la guerra partigiana. Cosa ne pensate di questa forma di nuovo disimpegno e cos'è per voi l'impegno?

Si parte sempre dal desiderio di raccontare e di muovere il pensiero, il nostro prima di tutto e poi a pioggia quello di chi ci presta orecchio, questo «gesto artistico» ci porta a migliorarci, a elaborare nuove idee, a praticare nuovi sogni, a contribuire, in piccolissima parte, al mondo che verrà. Per quanto riguarda il disimpegno e il qualunquismo dilagante nel mondo dello spettacolo, non saprei davvero cosa dire. Lo spettacolo è invero un po' desolante, con tutti a rincorrere una lacrima di visibilità in cambio dell'anima, ma ancora di più è inquietante scoprire che saremmo noi quelli strani e diversi, come se scegliersi la parte, battersi per i propri ideali, mettere faccia e cuore nelle cose in cui crediamo sia qualcosa di astruso e, a volte, pericoloso! Nella musica degli Yo Yo Mundi ci sono tutte le nostre passioni e non solo quelle legate in maniera più stretta a un ambito musicale, anche quelle più ambientaliste e animaliste (collaboriamo da sempre con la Lav), letterarie, cinematografiche. Questo perché noi mettiamo al centro di un ideale tavolo creativo tutto quello che ci scalda il cuore, che ci emoziona, che ci fa guardare il futuro con occhi che brillano.

Tra le vostre molteplici attività c'è anche la messa in musica di «Sciopero» di Ejzenstejn, un classico del cinema politico e d'avanguardia. Come è andata?

Sciopero è un film con una narrazione precisa, implacabile; un film emozionante e storico, con dentro un'energia travolgente e coinvolgente. Con Sciopero abbiamo anche giocato con l'idea meravigliosa di sonorizzare un film muto, antico, leggendario. Credo che si senta bene nel nostro commento, penso anche che la nostra musica abbia gioito dei sussulti emozionali della trama, realizzandosi in un percorso di piani e forti, alternando tenui colori pastello a secchiate di tinte espressioniste. Grazie a Sciopero abbiamo raccontato al nostro pubblico che stavamo crescendo e portando in giro la sonorizzazione abbiamo trovato un nuovo pubblico diverso e molto eterogeneo. Con questo film, inoltre, abbiamo dimostrato che si può fare un progetto culturale - e in parte politico - a ampio raggio, che si può lavorare sulla memoria, come per 54, come per Resistenza e La Banda Tom, e al contempo trovare una grande risposta di pubblico e di critica. Attualmente, abbiamo superato le 75 repliche della sonorizzazione, le ultime tre a Londra (una nuova versione dell'album è distribuita in Gran Bretagna) e il prestigioso quotidiano The Guardian ci ha definiti “i Clash con la fisarmonica”. Infine, la notizia bella e clamorosa di pochi giorni fa è che Sciopero sarà allegato al settimanale inglese Socialist Worker per la festa del Primo Maggio. Tutto questo assume una luce ancora più luminosa se si pensa che questo è un disco di musica strumentale che la Sony non volle pubblicare. In seguito, è arrivata la collaborazione con il manifesto e l'importante successo di vendite e tutto il resto.

Avete molti anni di carriera alle spalle, un gran numero di dischi e un ampio seguito di pubblico e critica. Però non siete super-divi: siete voi a dire no allo show business o accade il contrario?

In realtà non ci poniamo questo problema, siamo una bottega artigiana - per dirla come i nostri compagni e fratelli Wu Ming - e non ci preoccupiamo della diffusione a pioggia, ma della qualità di quello che creiamo e proponiamo. È innegabile che oggi in Italia le classifiche o le apparizioni in tv o Sanremi vari e assortiti non rispecchino il gusto e le passioni delle persone, ma solo le indicazioni di quelli che tengono in mano i fili della comunicazione e del business. Tocca a noi trovare altre strade con le nostre canzoni e con le nostre idee. La meraviglia è che le stiamo trovando e il giorno «da leoni» lo lasciamo volentieri vivere ad altri, noi abbiamo equilibrio, serenità e una grande energia! E questo credo che si senta bene nei nostri lavori e ancor di più in Resistenza.

Sulle riviste specializzate si parla di Yo Yo Mundi come rock d'autore, canzone rock, nuovi cantautori, folksinger, etno-rock ecc. In quale definizione vi riconoscete di più?

Abbiamo spesso giocato a non farci appiccicare delle etichette. In passato raccontavamo ai giornalisti che ci ponevano questa domanda, che ci sentivamo come la valigia di chi ha viaggiato tanto, quella con gli adesivi - e la polvere e il profumo - di tutti i luoghi visitati; una bella e spaziosa valigia con molta «roba» dentro, con storie, souvenir e segreti, con libri, spezie e cartine geografiche. Oggi ci piace definirci, se possiamo scherzarci su, come inventori di musica per pellicole immaginarie, oppure collezionisti di tramonti, o forse intagliatori di strani tipi di canzoni oppure ancora partigiani della lotta e della speranza in un mondo migliore possibile.

In una battuta: cos'è per voi una canzone?

Una carezza sulle ali.
 

Intervista di Guido Michelone – IL MANIFESTO – 24/04/2005



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