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La strada dell'esilio sulle orme del nonno maratoneta

I mondiali di calcio del Giappone e Corea rappresentano un'occasione di avvicinamento, ma anche di confronto tra due popoli legati da vicende storiche complesse e i cui rapporti non sono mai stati molto facili. Ed è proprio in occasione dei mondiali che Yu Miri, la controversa scrittrice nippo-coreana, simbolo delle contraddizioni e delle inquietitudini del Giappone del nuovo millennio, ha pubblicato contemporaneamente nei due paesi la prima puntata del suo nuovo romanzo intitolato Hachigatsu no hate (“Sul lontano finire di agosto”). I lettori giapponesi e coreani potranno leggere, ciascuno nella propria lingua sui loro due più importanti quotidiani nazionali (l'Asahi Shimbun e il Dong-A Ilbo) l'opera di Yu Miri a puntate per diversi mesi.

Ho pensato di scrivere la storia dell'incontro “reale” tra il popolo giapponese e quello coreano, in uno scambio tra le loro anime. Attraverso la pubblicazione in contemporanea in Giappone e in Corea voglio poter raggiungere in tempo reale anche i lettori coreani”, afferma Yu Miri in un'intervista al quotidiano giapponese Asahi Shimbun. E la figura simbolo di questo scambio, di questo incontro-scontro tra le due culture è quella del nonno materno, famoso maratoneta, di cui lei racconta la storia in Hachigatsu no hate. Nato in Corea nel 1912, dopo aver vinto moltissime gare nel suo paese, decise di abbandonare tutto e di emigrare in Giappone. Qui trova lavoro, si crea una nuova famiglia, cambia anche il suo cognome coreano con uno giapponese nel tentativo di integrarsi nella nuova realtà senza mai, però, riuscirci del tutto. Tornerà in Corea, dopo molti anni, e solo allora riuscirà a correre di nuovo, ormai anziano e solo.

Yu Miri, affascinata dal mistero che avvolge i veri motivi della fuga del nonno e del suo ritorno in Corea, decide di raccontarne la storia, non solo come ricerca delle proprie origini, ma anche per comprendere meglio la propria identità di donna e di scrittrice. “Sono sicura che la risposta chiave alla domanda “perché sono qui?” è in mio nonno...I coreani che vivono in Giappone hanno attraversato un lungo tunnel prima di arrivare in questo paese. Spesso non sanno da dove sono venuti e non vogliono parlare del loro passato. L'entrata e l'uscita di quel tunnel sono bloccate da una pietra. Io ho deciso di diventare una scrittrice nello stesso istante in cui ho pensato di dover spostare quella pietra e di dover ripercorrere a ritroso e a tentoni quel buio e lungo tunnel”.

E sempre nella stessa intervista al quotidiano Asahi Shimbun, Yu Miri parla della sua difficile condizione di figlia di emigrati coreani, dell'essere in bilico tra due culture, tra due popoli. Come suo nonno, anche Yu Miri non si sente né completamente coreana, né completamente giapponese. E solo attraverso la scrittura e attraverso il recupero delle proprie origini, Yu Miri supera questo suo “non essere” per trovare un'identità definita.

Per scrivere questo romanzo Yu Miri è tornata in Corea, ha intervistato i suoi parenti per cercare di scoprire la verità sulla vita del nonno. Ha anche partecipato alla maratona internazionale di Seul per riuscire ad immedesimarsi in lui, per capire fino in fondo cosa potesse significare per lui correre. Racconta Yu Miri: “Attraverso la corsa ho afferrato la vera essenza dello scrivere. Le gambe mi facevano così male che mi sono dovuta fermare tre volte, ma per poter scrivere ho dovuto continuare a correre...Per quanto possa essere dura e faticosa non ci si può “ritirare” dalla vita. Vivere è correre. E questo per me adesso non è solo un concetto astratto, è qualcosa che ho capito con tutto il mio corpo”.

Lo sport diventa quindi una metafora della vita stessa, ma anche un mezzo attraverso cui poter superare i conflitti etnici e i pregiudizi legati alle differenze tra culture e popoli diversi. La storia della vita del nonno maratoneta e il suo peregrinare da un paese all'altro diventano allora il punto di partenza per poter realizzare quell'incontro “reale” e quello “scambio di anime” di cui Yu Miri parla.

Mimma De Petra – IL SECOLO XIX – 26/04/2002

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