RITRATTO DI POETA

ANDREA ZANZOTTO



Poesie in lettura


Hanno detto di lui
Eugenio Montale
Silvio Guarnieri

Note biografiche

Approfondimenti critici

Note bibliografiche

intervista

intervista
ANDREA ZANZOTTO SU UN LIBRO DI SILVIO GUARNIERI:
"Senza i conforti della religione".

Andrea Zanzotto o il "mancamento" radiale
Antonio Di Ciaccia



POESIE IN LETTURA

Sì, ancora la neve

Esistere psichicamente

Dintorni natalizi

Altri papaveri

Assenzio

L'attimo fuggente
Elegia Pasquale

Fiume All'alba

Quanto a lungo

Marotei, de matina bonora

TICCHETTIO

Colloquio

Nautica Celeste


MAROTEI, DE MATINA BONORA

MUCCHIETTI DI FIENO, LA MATTINA PRESTO


Grune de fen

che i par bar

color de fer

qua e là

pa’ i pra

rasadi de rossada


stech e fii

de erbete

ingattiade strigade

deventade storte

deventade morte

deventade sgonfie

deventade stonfe

deventade deventade deventade




Mucchi di fieno

che sembrabo cespugli

colore del ferro

qua e là

per i prati

rasi di rugiada


stecchi e fili

di erbette

arruffate stregate

diventate storte

diventate morte

diventate gonfie

diventate zuppe

diventate diventate diventate


TICCHETTIO

Colloquio

Tenui-cupi dolori in sé fece nascere e poi

Soffocò, seppellì nel suo procedere d’oro

Quest’infinita, senza tregua, estate

Non sono ammesse altre ragioni che l’’oro

Nel suo stato più innaturalmente evidente

Non sono ammessi altri dèi che la sua

Incontinente innocenza che sottili barbarie

Di siccità quasi immaginarie

Trascina seco in varii, impentiti

In una sola istanza che si regge sull’

Orlo di ogni legge, si protegge

Nel suo stesso inventarsi di cometa

Nel suo farsi strascico in polveri di seta

Nel suo coinvolgere ma

In sempre più svolgente, svolgentesi amistà

Nel fare intimo ogni beato estraniamento

Nel suo-che tutto lascia ai lati-

Impennato, secreto mutamento

*

Voglia semolice, fregola gentile e

Acquiescetnte di miriadi d’insetti d’oro

Locuste o anche roditori

O ricci e grilli in lavorio-

Al di là d’ogni provenienza

Al di là di ogni sospetto

Questa infinita –senza tregua- estate

Quanto mai fu ritenuto possibli si confà

Strusciando strisciando strascinando

All’idea stessa di possibilità


*

Estate estate, ch’io ti accompagni nel falso

Tuo infinito di eterna/ appena-sopravvivente

Amistà, siccità di toni e ori e clivi,

mostrali a noi per quel che sono-

nel suo ticchettio docilmente radioattivi….

( 1986-87)

Andrea Zanzotto, Meteo, Donzelli Editore 1996

...Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all'ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l'intimo lume della valle E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi eccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofa scalfita ansimando m'accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d'ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento
Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s'ecciti la vita.
...............
E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri
inebetì nel muro





Da "La Beltà"

Sì, ancora la neve

 "Ti piace essere venuto a questo mondo?"
Bamb.: Sì, perché c'è la STANDA".

Che sarà della neve
che sarà di noi?
Una curva sul ghiaccio
e poi e poi... ma i pini, i pini
tutti uscenti alla neve, e fin l'ultima età
circondata da pini. Sic et simpliciter?
E perché si è - il mondo pinoso il mondo nevoso -
perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci, perché si è fatto noi, roba per noi?
E questo valere in persona ed ex-persona
un solo possibile ed ex-possibile?
Hölderlin: "siamo un segno senza significato":
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?
Il nucleo stellare
là in fondo alla curva di ghiaccio,
versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
ma che sarà della neve dei pini
di quello che non sta e sta là, in fondo?
Non c'è noi eppure la neve si affisa a noi
e quello che scotta
e l'immancabilmente evaso o morto
evasa o morta.
Buona neve, buone ombre, glissate glissate.
Ma c'è chi non si stanca di riavviticchiarsi
graffignare sgranocchiare solleticare,
di scoiattolizzare le scene che abbiamo pronte,
non si stanca di riassestarsi
- l'ho, sempre, molto, saputo -
al luogo al bello al bel modulo
a cieli arcaici aciduli come slambròt cimbrici
al seminato d'immagini
all'ingorgo di tenebrelle e stelle edelweiss
al tutto ch'è tutto bianco tutto nobile:
e la volpazza di gran coda e l'autobus
quello rosso sul campo nevato.
Biancaneve biancosole biancume del mio vecchio io. Ma presto i bambucci-ucci
vanno al grande magazzino
- ai piedi della grande selva -
dove c'è pappa bonissima e a maraviglia
per voi bimbi bambi con diritto
e programma di pappa, per tutti
ferocemente tutti, voi (sniff sniff
gran gnam yum yum slurp slurp:
perché sempre si continui l'"umbra fuimus fumo e fumetto"):
ma qui ahi colorini più o meno truffaldini plasmon nipiol auxol lustrine e figurine
più o meno truffaldine:
meglio là, sottomano nevata sottofelce nevata...
O luna, ormai,
e perfino magnolia e perfino
cometa di neve in afflusso, la neve.
Ma che sarà di noi?
Che sarà della neve, del giardino,
che sarà del libero arbitrio e del destino
e di chi ha perso nella neve il cammino
(e la neve saliva saliva - e lei moriva)?
E che si dice là nella vita?
E che messaggi ha la fonte di messaggi?
Ed esiste la fonte, o non sono
che io-tu-questi-quaggiù
questi cloffete clocchete ch ch
più che incomunicante scomunicato tutti scomunicati? Eppure negli alti livelli
sopra il coma e il semicoma e il limine
si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola
- ancora - per una minima e semiminima
biscroma semibiscroma nanobiscroma
cose e cosine
scienze lingue e profezie
cronaca bianca nera azzurra
di stimoli anime e dèi,
libido e cupìdo e la loro
prestidigitazione finissima;
è così, scoiattoli afrori e fiordineve in frescura
e "acqua che devia
si dispera si scioglie s'allontana"
oltre il grande magazzino ai piedi della selva
dove i bambucci piluccano zizzole...
E le falci e le mezzelune e i martelli
e le croci e i designs-disegni
e la nube filata di zucchero che alla psiche ne vie?
E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?
E l'avanguardia ha trovato, ha trovato?
E dove il fru-fruire dei fruitori
nel truogolo nel buio bugliolo nel disincanto,
dove, invece, l'entusiasmo l'empireirsi l'incanto?
Che si dice lassù nella vita,
là da quelle parti là in parte;
che si cova si sbuccia si spampana
in quel poco in quel fioco
dentro la nocciolina dentro la mandorletta?
E i mille dentini che la minano?
E il pino. E i pini-ini-ini per profili
e profili mai scissi mai cuciti
ini-ini a fianco davanti
dietro l'eterno l'esterno l'interno (il paesaggio)
dietro davanti da tutti i lati,
i pini come stanno, stanno bene?
Detto alla neve: "Non mi abbandonerai mai, vero?"
E una pinzetta, ora, una graffetta.


Da "Vocativo"

Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu primavera non luglio non autunno ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch'io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia. Chiarore acido che tessi
i bruciori d'inferno
degli atomi e il conato
torbido d'alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.



Da "Dietro il paesaggio"
Elegia Pasquale
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov'è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l'agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti
E se è vero che oppresso mi composero a questo tempo vuoto
per l'esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell'odio;
è mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi,
il belletto s'accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate dove grandi uccelli covarono colori d'uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.


  Da "IX ECLOGHE"  
L'attimo fuggente
"Le front comme un drapeau perdu"
Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
di coazione. Gli altri nell'incorposa
increante libertà. Dal monte
che con troppo alte selve m'affronta
tento vedere e vedermi,
mentre allegria irrita di lumi
san Silvestro, sparge laggiù la notte
di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
E. E, puro vento, sola neve, ch'io toccherò tra poco.
Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
In voi fui, sono, mi avete atteso,
non mai dubbio v'ha offesi.
Sarai, anima e neve,
tu: colei che non sa
oltre l'immacolato tacere.
Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
E' questo il sospiro che discrimina
che culmina, "l'attimo fuggente".
E' questo il crisma nel cui odore io dico:
sì, mi hai raccolto
su da me stesso e con te entro
nella fonte dell'anno.

Altri papaveri

Fieri di una fierezza e foia barbara
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
        coup de dés maledetto
        sanguinose potenze dilaganti,
        quasi ognuno di voi a coprire un prato intero -
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
        qui vi accampaste avvampando
        sfacciato forno del rosso
        che in misteriche chiazze
        non cessa di accedere sgorgar su
        straventando i soliti maggi grigioblù?

Come i calabroni si fanno sempre più enormi
        CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì


(1993 – 1995)

Dintorni natalizi

Natale, bambino   o ragnetto   o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
        come candore e blu
        delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti   e più
Bambino   e vuoto   e campanelle   e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
        Natali così lontani
        da bloccarci occhi e mani
        come dentro fatate inesistenze
        dateci ancora di succhiare
        degli infantili geli le inobliate essenze



Nautica Celeste

V
orrei renderti visita

nei tuoi regni longinqui

o tu che sempre

fida ritorno alla mia stanza

dai cieli, luna,

e, siccom'io, sai splendere

unicamente dell'altrui speranza.












Fiume All'alba

Fiume all'alba

acqua infeconda tenebrosa e lieve

non rapirmi la vista

non le cose che temo

e per cui vivo

 

Acqua inconsistente acqua incompiuta

che odori di larva e trapassi

che odori di menta e già t'ignoro

acqua lucciola inquieta ai miei piedi

 

da digitate logge

da fiori troppo amati ti disancori

t'inclini e voli

oltre il Montello e di caro acerbo volto

perch'io dispero della primavera.



 Quanto a lungo

Quanto a lungo tra il grano e tra il vento

di quelle soffitte

più alte, più estese che il cielo,

quanto a lungo vi ho lasciate

mie scritture, miei rischi appassiti.

Con l'angelo e con la chimera

con l'antico strumento

col diario e col dramma

che giocano le notti

a vicenda col sole

vi ho lasciate lassù perché salvaste

dalle ustioni della luce

il mio tetto incerto

i comignoli disorientati

le terrazze ove cammina impazzita la grandine:

voi, ombra unica dell'inverno,

ombra tra i demoni del ghiaccio.

Tarme e farfalle dannose

topi e talpe scendendo al letargo

vi appresero e vi affinarono,

su voi sagittario e capricorno

inclinarono le fredde lance

e l'acquario temperò nei suoi silenzi

nelle sue trasparenze

un anno stillante di sangue, una mia

perdita inesplicabile

Già per voi con tinte sublimi

di fresche antenne e tetti

s'alzano intorno i giorni nuovi,

già alcuno s'alza e scuote

le muffe e le nevi dei mari;

e se a voi salgo per cornici e corde

verso il prisma che vi discerne

verso l'aurora che v'ospita,

il mio cuore trafitto dal futuro

non cura i lampi e le catene

che ancora premono i confini.



Assenzio


La deserta stagione

nell'acqua dei cortili

le sue gioie scompone

precipita dai clivi.

 

Verso i monti delle alpi

torna azzurro ed assenzio

di venti, torna ai campi

la sagra del silenzio.

 

E il tuo freddo rimpianto

sta sui vacui confini

contro il porpureo vanto

dei mosti e dei giardini

 

mentre l'astro crudele

dalle attardate sfere

rigèrmina e fedele

cresce nel suo potere.

 

Sigillo augusto, degna

fine, voto profondo,

spada che a morte segna

per sempre il cielo e il mondo,

 

delle tenebre alunno

che impietrisci l'aurora!

Nell'ombra dell'autunno

il chiuso bosco odora.






Cussi inocà col cór son restà là
a la finestrela cèa ...
E svodà pian pianin la se 'véa
e in éla altro che stele no ghe nèra
e 'l libret de le none e dei só tènp se 'véa serà.

..............................................

Così ammaliato con il cuore sono rimasto là
alla piccola finestra ...
E la si vedeva svuotarsi piano piano
e in essa non v'erano che stelle
e il libretto delle nonne e dei loro tempi si era chiuso.


"Ma, voi, benedisè
ancora 'na òlta 'l vostro nevodet,
parché ades che l'é 'n ón, debòto consumà,
par voaltre 'l mantegne quel che, tosatèl, l'à lodà."


...........................................

"Ma, voi, benedite

una volta ancora il vostro nipotino,

perché adesso che è un uomo, quasi consunto, per voi mantenga quanto, bambino, ha lodato."

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LA POESIA DEL FARO|

Last modify 25/02/2005