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LUCA BALDAZZI

L'UNITA' – 07/09/2001

Che noia la poesia, qui ci vuole ritmo



“Mi hanno definito in molti modi. Poeta rasta, performer, poeta dub, poeta pop e raggae, poeta politico e da bar. Non mi dispiacciono queste etichette, ma in realtà la mia arte è quella dei Griot, i raccontastorie dell'Africa Occidentale, che sono affabulatori, drammaturghi, cronisti e tante altre cose insieme. Ed è prima di tutto un'arte orale”.

In tempi di e-book e tecnologie applicate al libro, Benjamin Zephaniah rema decisamente controcorrente. Per lo scrittore inglese di origine giamaicana, ospite ieri al Festivaletteratura di Mantova, soli il suono, il ritmo, la recitazione del testo possono salvare la poesia della noia. Più importante che pubblicare è dire i versi in pubblico: altrimenti non arriveranno mai alla gente della strada. “Il mio poeta preferito? E' Shelley: ma se fosse vivo oggi farebbe rap, perché come ogni vero poeta il suo principale obiettivo era comunicare”.

Quarantadue anni, maglietta blu e capelli rasta, Zephaniah è nato a Birmingham e vive nella zona est di Londra: quella più multirazziale, dove si mescolano indiani, giamaicani, somali e altre cento comunità. Parla, recita e scrive in una lingua che mescola il gergo di strada londinese con quello della lontana Kingston: “A volte – sorride – gli stessi bianchi inglesi, quando mi ascoltano, hanno bisogno della traduzione”. Eppure sa comunicare, eccome: la Bbc lo invita continuamente a recitare i suoi versi in tv e alla radio, è arrivato a un passo dalla cattedra a Oxford e dalla nomina a poeta laureato. Non fa male, per uno che ha alle spalle un'infanzia di problemi scolastici, riformatorio e un'esperienza in prigione. Dal carcere uscì a ventidue anni, attivista convinto contro le discriminazioni razziali, con l'idea fissa di diventare poeta. “Volevo scrivere per la gente come me – spiega – gente che di solito non legge libri, perché se ha qualche soldo pensa prima a comprarsi qualcosa da mangiare. La poesia non l'ho scoperta, ce l'avevo già in casa. Mia madre, giamaicana, ripeteva a memoria lunghe favole e storie del suo paese, quelle che aveva sentito dalla nonna. Anche se doveva elencare gli ingredienti di una ricetta, li diceva in rima. Così ho respirato la tradizione orale caraibica fin da piccolo”. Il primo libro di poesie, “Pen Rhythm”, Zephaniah lo pubblicò a ventitré anni. “Vendette bene, fu un piccolo best-seller, ma mi accorsi che nel mio quartiere non l'aveva letto nessuno. Così ho capito che la poesia sulla carta ha meno forza, bisogna portarla al pubblico, recitarla. Nelle chiese o nei centri civici, nei pub o negli auditorium, non importa”.

Alla fine degli anni Settanta-primi Ottanta, così, Zephaniah ha iniziato le sue performance. A volte con accompagnamento musicale dal vivo e a volte senza, nello stile della poesia dub-raggae di maestri come Linton Kwesi-Johnson. Gli è capitato di esibirsi prima di Bob Marley e di ricevere i complimenti di Nelson Mandela. Erano gli anni bui del tatcherismo, degli scontri sociali, dalle battaglie sindacali dei minatori. E dall'esplosione della rivolta punk, con gruppi come i Clash che gettavano ponti tra la musica bianca, i ritmi raggae e la cultura dei neri britannici. L'impegno civile, a tutt'oggi, non è calato di un filo. Zephaniah fa risuonare la sua voce in un tour contro il razzismo, per i diritti delle minoranze nere e asiatiche, per i rifugiati politici, per gli ex detenuti e per ogni causa che lo appassiona. “Però una volta – dice – pensavo che scrivere versi potesse cambiare il mondo. Ora mi accontento di far riflettere chi mi ascolta o mi legge sulle ingiustizie che abbiamo intorno”. Sul tema della discriminazione il poeta-rapper ha scritto di recente anche il suo primo romanzo, Face, pubblicato da noi dalla E/L come Al di là del volto.

Oltre all'impegno civile, l'altra grande passione poetica di Zephaniah è giocare col linguaggio. Ne ha dato un saggio al pubblico di Mantova recitando White Comedy, un testo brillante che ribalta tutti gli stereotipi che connotano in negativo la parola “nero”. La lingua inglese – dice – si deve rassegnare al meticciato. E' già multi-etnica adesso, e in futuro lo sarà sempre di più. E' la poesia è un albero con moltissimi rami: il ramo della letteratura orale è il più antico e importante, ma gli accademici spesso se ne dimenticano”. E la musica? “E' altrettanto importante. Io ascolto di tutto, dai Sex Pistols a Mozart. Quello che conta è l'anima”.

http://www.dabra.demon.co.uk/ben/bz.html

http://www.oneworld.org/zephaniah/

http://www.kilkennyarts.ie/special_ben.html

Luca Baldazzi – L'UNITA' – 07/09/2001

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