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Ellroy: “L'America di oggi non mi interessa affatto”

Non si vedeva in Italia da un po' James Ellroy, che rimane il genio insuperato del romanzo americano, lo scrittore che ha realizzato la contaminazione dei generi, l'ha trasformata in un dato che non si può più ignorare e soprattutto che ha privato completamente di senso la formula "letteratura di genere", dimostrando inequivocabilmente che il genere è letteratura. Ellroy è a Milano per una manifestazione che si chiama La milanesiana dove incontrerà il pubblico questa sera alle 21 a Palazzo Isimbardi.
Ieri, invece, ha presentato l'antologia Il meglio del mistery americano (Bompiani, 567 p.p., 22 ) del quale ha scritto la prefazione e che contiene autori di culto come Connelly, Kaminsky, Gores, Lansdale, Oates. Il discorso, però, è passato subito all'epica della trilogia incompiuta sull'America anni '60/'70, di cui ha pubblicato i primi due volumi: American Tabloid e Sei pezzi da mille (Mondadori).

Con che criterio ha scelto gli autori e le storie di questa antologia?

Non ho letto le storie, non ho idea dell'argomento che affrontano, ho scritto una prefazione e l'hanno messa sul libro

Quando uscirà il terzo volume della trilogia storica? E ha già un titolo?

Non ha ancora un titolo e uscirà in Italia tra tre anni. Affronterò il periodo che va al '68 al '72 perché segue un ordine cronologico. Sei pezzi da mille si concludeva nel '68 con la morte di Bob Kennedy e quella di Martin Luther King, mentre nel '72 muore Edgar J. Hoover, che è un personaggio importante dei primi due volumi.

È sicuro che non le verrà voglia di continuare?

No, è stata concepita come trilogia, questa data segna anche politicamente la fine dell'era che mi interessava descrivere, quindi non ci sarà un altro libro.

Perché ha scelto quel periodo storico?

La storia americana è stata molto gentile nei miei confronti, perché negli anni '60 ci sono stati l'ascesa e la caduta della famiglia Kennedy, l'assassinio di JFK, Hoover, la Baia dei Porci, l'assassinio di Martin Luther King, il sorgere del movimento per i diritti civili e il tentativo da parte dell'FBI di reprimerli. Non avrei potuto scegliere di meglio come periodo storico, perché era ricco di materiale a cui ispirarsi.

La interessava soltanto l'intreccio?

Tutta la prospettiva, l'aspetto criminale e sociale che ha ispirato questa trilogia mi ha interessato allo stesso modo.

Crede che gli eventi che racconta nella trilogia siano la premessa prevedibile di ciò che sta accadendo oggi?

Non presto assolutamente attenzione all'attualità e agli eventi politici americani. Ho un accodo con l'amministrazione Bush, io non la critico e lei non critica i miei libri. Inoltre non criticherei mai leader e politiche americane in un paese straniero.

Perché?

Perché l'America di oggi non ha niente a che vedere con me e con i miei libri.

E il prossimo libro?

Sarà sull'America dal '20 al '23, nell'ambito della presidenza di Warren Hardy.

Quindi ha intenzione di continuare con il romanzo storico.

Sì, questa sarà a progettualità del resto della mia carriera. I miei libri dovevano diventare libri di maggior respiro geografico e storico quindi era necessario uscire dai confini di Los Angeles e abbandonare uno stile che puo' essere etichettato facilmente come poliziesco.

E lei come si definisce?

Sono semplicemente un romanziere americano, sono un romanziere e sono americano.

Come lavora? Come si documenta? Da che cosa trae ispirazione?

Come ho già detto, la storia americana è stata molto gentile con me, mi ha dato tanti fatti. Per la documentazione comunque assumo dei ricercatori che compilano le schede storiche e le cronologie a cui faccio riferimento, poi prendo tanti appunti, accumulo tante informazioni sulle storie che voglio scrivere e traccio lunghi, dettagliati riassunti. Poi passo a scrivere il testo, cambio spesso le versioni e continuo a riscrivere sino a che è perfetto. Scrivo a mano, comincio la mattina e vado avanti sino al pomeriggio.

Intervista Antonella Viale – IL SECOLO XIX – 22/06/2004

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