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Passione e distruzione

Non mi chieda di parlare di Bush e degli Stati Uniti. Non criticherei mai il mio Paese e i suoi leader, per quanto possano farmi schifo, quando mi trovo all'estero. Del resto non seguo la politica, che è un argomento che non mi interessa”. Così James Ellroy si sottrae con fermezza a una nostra domanda sulla situazione americana, sulle bugie di Bush, sull'intervento americano in Iraq. Ma questo è l'unico “ringhio” di “Rabid Pitt-bull” (cane rabbioso), come ama definirsi e come si firma sulla copia del libro che ci dedica alla fine dell'intervista. Per il resto è un gentleman pacato e composto, asciutto ma garbato nelle risposte, e non abbaia, come ha fatto spesso (letteralmente) alle presentazioni dei suoi libri e nelle conferenze stampa.

Ellroy – che, nato a Los Angeles nel 1948, è un vero scrittore “maledetto”, dalla morte della madre, assassinata in circostanze mai chiarite quando lui aveva appena dieci anni, all'adolescenza da “sbandato”, tra sesso, droga e piccoli crimini (ma più contro se stesso che contro la società, ci tiene a sottolineare) – si trova in Italia per partecipare alla Milanesiana e per presentare il libro appena uscito da Bompiani: Il meglio del mistery americano (traduzione di Vincenzo Vega, pp. 574, € 22,00), un'antologia di racconto noir di cui è il curatore (gli autori vanno da Michael Connely a Joe R. Landsdale, da Annette Myers a Joyce Carol Oates).

Ma la presenza milanese è l'occasione per una chiacchierata sui suoi libri e sul lavoro di scrittore che, a partire dal ciclo d'esordio della “trilogia del sergente Hopkins” (raccolta nel volume Los Angeles nera), comprende thriller come Dalia nera, L.A. Confidential, Il grande nulla, un'intera trilogia (Underworld Trilogy) sulla storia americana dal 1962 al 1972, da Kennedy a Nixon (sono usciti i primi due romanzi, American Tabloid e Sei pezzi da mille, mentre al terzo ci conferma che sta lavorando), ma anche raccolte di racconti, come Corpi da reato (dove, tra gli altri, è compreso un testo intitolato L'assassinio di mia madre) e l'autobiografia, intensa e a tratti straziante, I miei luoghi oscuri.

Perché i suoi libri sono quasi sempre ambientati nel passato?

Mi piace rivivere la storia e riscriverla in base quanto mi sta a cuore. Da bambino, tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, ho visto grandi eventi storici, direi epocali, come l'assassinio di Kennedy, di cui però, per la mia giovane età, mi ero reso conto a malapena. Oggi mi interessa ripercorrere quei fatti con una consapevolezza maggiore, in modo personale, creativo.

Il presente non le interessa?

Mi piace vivere nel presente, ma mi importa poco come materia narrativa. Non leggo libri, non guardo la tv, non vado al cinema, non leggo giornali. Mi creda, non so proprio che cazzo stia succedendo.

In “American Tabloid” ha scritto: “L'America non è mai stata innocente”. Ritiene che la società americana sia corrotta?

Gli Stati Uniti sono una grande repubblica fondata, storicamente, sul furto della terra, sul massacro razziale, sul successivo trauma di masse di immigrati che hanno dovuto assimilarsi con le popolazioni locali. Se queste sono le premesse, è facile trarne le conseguenze.

Crede che la letteratura possa contribuire a risanare la società?

Penso che nelle forme più pure i grandi libri inducano a una forma di pietà nei confronti degli altri e a una comprensione più profonda del mondo circostante. Se vogliamo attribuire alla narrativa una funzione sociale, spero che, per quanto riguarda i miei romanzi, essa possa consistere proprio in questo.

E' questa pietas di cui parla che l'ha indotta, nel suo testo “Dubbio letale”, a prendere posizione contro la pena di morte?

No, non direi. Vede, io non sono contrario alla pena di morte in virtù di ragioni etiche. Nell'opera che lei ha citato racconto la vicenda di Gary Graham, un ragazzo nero del ghetto di Houston con precedenti penali, accusato e condannato a morte per l'omicidio di un uomo assalito a scopo di rapina. Lui si è sempre confessato innocente, ma non credo che lo fosse. L'ho incontrato, gli ho parlato e non mi ha convinto. Ma il punto non è questo. Il problema è che ritengo inaccettabile che si possa mandare a morte qualcuno senza avere la certezza assoluta della sua colpevolezza. Il che spesso è molto difficile. Da quando esiste il test del Dna, negli Stati Uniti sono stati ben 135 i casi di persone, apparentemente colpevoli, scagionate grazie all'esame del sangue. Dunque sono contrario alla pena di morte, per il fatto che il sistema giudiziario è fallibile.

La sua decisione di scrivere ha origine dai disagi che ha attraversato da ragazzo?

No. Lo scrivere è indipendente da ciò che mi ha colpito da bambino. Semplicemente volevo raccontare storie.

Ne “I miei luoghi oscuri” ha ripreso la vicenda dell'assassinio di sua madre. Le è servito per liberarsi dall'ossessione di quel ricordo?

No, non è stata un'operazione catartica. Io e mia madre continuiamo il nostro rapporto tormentato, di amore e dolore.

Spesso i suoi personaggi nel loro essere autentici risultano sgradevoli per il loro modo di pensare e di agire. E' da parte sua una critica al “politically correct”?

Quella del politically correct è un'ideologia ormai screditata anche negli Stati Uniti, che è il luogo dove è nata. Se un mio personaggio è maschilista, omofobo o razzista io lo lascio esprimersi per quello che è, e che evidentemente deve essere nell'economia del racconto, senza sottoporlo a inutili censure. Se gli piace infierire su qualcuno o contro qualcosa, glielo lascio fare. Sono sempre molto permissivo con i miei personaggi.

Nei suoi romanzi, a poco a poco ci fa appassionare a un personaggio, per poi farlo sparire subito dopo. Si tratta di una strategia narrativa?

Mi piacciono le storie di ampio respiro. Voglio che il lettore conosca i vari personaggi, compresa la loro vita emotiva, contestualizzata in un dato momento storico. A volte, però, le persone muoiono. Ed è il mio senso della storia che mi data quando, come e perché, con riferimento al tempo storico, debbano morire. Ho amato, in gioventù, quando leggevo romanzi, quei libri che descrivono vicende esistenziali di ampio respiro, concepite alla grande: parlo di autori come Hammett, Chandler, Mike Spillane e Don DeLillo. Non mi piacciono, invece, i racconti minimalisti che descrivono piccole cose.

Spesso le atmosfere nei suoi romanzi sono cupe, come certe descrizioni ambientali. E' un riflesso della sua visione del mondo?

No, io sono un ottimista. Poi non penso che i miei libri siano così cupi. Né cupi né deprimenti. Sono solo appassionati. Anche se si tratta di una passione distruttiva.

Intervista di Roberto Carnero – L'UNITA' – 22/06/2004

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