BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |


GIANNI PRIANO

IL GRETO DEL TAGLIAMENTO


Si chiama Antonio Rinaldi, fa il supplente di storia dell'arte. Facile ammazzarla, l'arte: specie se ad insegnartela è un professore senza sguardi e senza sesso, uno che gelerebbe anche le Due thaitiane di Gauguin o la Maternità di Previati. Un professore che spiega minuziosamente la stesura pittorica filamentosa e compie lunghe digressioni tecniche sulla prospettiva, sulle monocromie con una passione che, quando c'è, è implosiva e invisibile, e comunque mai di largo respiro. Si può anche imparare e mettere da parte, una materia così, per dimenticarla sotto una pila di faccende più o meno importanti.

Rinaldi è un supplente, non un professore: il supplente non ti inchioda alla pena feroce dello studio perché passa e va, spesso non dà voti e quando li dà sovente largheggia. Nella propria manica larga il supplente ha degli assi, deve solo saperli calare. E Antonio Rinaldi è un buon giocatore, l'arte che spiega abbraccia piccoli e grandi mondi, vuole piacere. E le lezioni sono capriole, attività, non parla ai muri eppure i muri di quell'aula del Liceo Classico Galvani di Bologna, nell'anno scolastico 1938-39, ascoltano anche loro. E' Pier Paolo Pasolini, alunno liceale di Rinaldi e, poi, scolaro universitario di Longhi (nella cui cerchia Rinaldi gravitava) a dirlo: "…l'aula dove insegnava era un posto diverso da tutti gli altri, fuori dall' entropia scolastica" (Pier Paolo Pasolini, Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini, Guanda, Parma 1993).

Quel supplente di storia dell'arte era anche uno che scriveva poesie, che gustava la poesia e la offriva. Fu così che un giorno si mise a leggere Rimbaud: una poesia. Quella poesia. E tutto l'edificio carducciano che fino a quel momento aveva rappresentato per Pier Paolo un modello si sgretolò di colpo. Rimbaud sparato nel 1938/39 in una classe di diciassettenni fece un bel botto, di quelli che squarciano la notte. E, dopo Rimbaud, mano a mano Le Occasioni di Montale e Sentimento del tempo di Ungaretti.

Dipinti, sculture, opere architettoniche e tanta letteratura, magari mischiata alla stesura pittorica filamentosa, racconti ed esempi di restauri, storia e storie.

Dal Liceo all'Università Pasolini cresce come un "ragazzo di bottega", uno che guarda il maestro e dal maestro impara. Tutte le pedagogie falliscono, fuori dalla bottega. L'amore ed il rispetto per il maestro corrispondono all' amore ed al rispetto per la materia: e rispettare non è l'ossequio, togliersi il cappello ma spalancare gli occhi guardando la bocca e le mani di chi, come Roberto Longhi, "…sguainato come una spada. Parlava come nessuno parlava. Il suo silenzio era una completa novità. La sua ironia non aveva precedenti…Per un ragazzo oppresso, umiliato dalla cultura scolastica, dal conformismo della società fascista questa era la rivoluzione".

Così, dopo il crollo di Carducci ecco, adesso, il crollo del paternalismo fascista: Longhi adopera le diapositive, esprime giudizi, descrive, puntualizza e irride; il suo Masaccio è suo, di sua proprietà, e lo mette in scena di fronte a quegli alunni che scrutano un po' il professore un po' il Masaccio e nelle biblioteche, finita la lezione, cercano i Masacci del loro tempo e scoprono uno degli aspetti più odiosi del regime: la censura.

Il disgusto per la censura implica la messa in discussione del paternalismo. Paterno è chi nasconde i libri pericolosi nell'ultimo scaffale (basteranno la vocazione, la curiosità e una scala per scovarli). Paternalista è chi li elimina e avversa la curiosità che " è l'unico istinto di cui l'educatore può debitamente usufrire". Gli occhi del curioso guardano in alto, in cima ad uno scaffale e oltre e dunque con il ragazzo bisogna "essere difficili. Difficili in quanto ciò che egli ricerca non è nel suo mondo! E' fuori dal suo mondo, nel nostro: i suoi problemi sono i nostri, ed è quindi inutile lasciarlo in una vacanza che lo minora e lo perseguita. I fanciulli detestano le cose ragionevoli: ed è per questo che i ragazzi non studiano (Sarebbe intelligente ma studia poco, dicono i bravi insegnanti ai bravi genitori; e così tutto è messo a tacere. Invece l'intelligenza non è mai in proporzione inversa con lo studio: studia colui che è intelligente…bisogna provocare la curiosità, poi qualsiasi obbiettivo è buono, la costruzione del verbo videor come il rapporto tra i sessi, l'a priori di Kant come le ballerine del varietà)…".(P. P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, ibidem). Questo è il Pasolini del 1947, venticinquenne, convinto - come Pavese- che l'emancipazione della persona debba fare i conti con il difficile e che la curiosità sia polvere da sparo a cui l'insegnante deve solo offrire la possibilità di un fiammifero e l'amore.


Non è riuscito a laurearsi con Longhi che è stato sospeso dall'insegnamento per ragioni politiche ( e della stessa pasta del Monti, Longhi originario, tra l'altro, di Alba in provincia di Cuneo) e la tesi si perde in Toscana dove Pier Paolo, militare, scappa ai tedeschi, l'8 settembre 1943, con fucile e colpo in canna lasciandosi alle spalle i capitoli già completati su Carrà, De Pisis e Morandi. La via del rifugio porta, naturalmente, a Casarsa.


Dedica


Fontana di aga dal me paìs.

A no è aga pì fres-cia che tal me paìs.

Fontana di rustic amoùr.


Così inizia Poesie a Casarsa, libro dedicato al padre nella lingua "straniera" della madre (ed edito, in prima battuta, da Libreria Antiquaria Mario Landi, Bologna 1942. Verrà poi inserito ne La meglio gioventù. Casarsa. Sansoni, Firenze 1954)

Tra Carlo Alberto Pasolini ed il primogenito Pier Paolo non corre né aga fres-ciarustic amour ma, piuttosto, un torbido torrente di contraddizioni ed un amore malato. Carlo Alberto, orfano di padre e cresciuto sotto un madre autoritaria, appartiene ad una nobile famiglia bolognese e da questa eredita un discreto patrimonio che sperpera completamente nel gioco d'azzardo: la fanteria italiana, altra madre autoritaria, lo accoglierà mandandolo prima in Libia e, poi, alla grande guerra. Fa la gavetta e Susanna Colussi lo conosce sottotenente di fresca nomina: è tutt'altro che "rustico", quel soldato, nonostante nelle fotografie, più che nella vita, mostri baldanza e potenza: in costume da bagno posa, giovane, esibendo il gonfiore virilista, la muscolatura asciutta ed in uniforme sventola autorevolezza. Apparenza; non è così Carlo Alberto. E' invece un uomo senza paìs , sfrattato dal prestigio delle origini. Enzo Siciliano lo descrive così: " fragile e innocuamente vanesio…generoso, animato da un rigore di altri tempi. Era pazzo per suo figlio, mostrandogli contrastatamente il proprio amore" ( Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Giunti, Firenze 1995).

Ama i figli in modo forsennato, prediligendo Pier Paolo, e la moglie con desiderio disperato e voglia grama: la maestrina Susanna, figlia di contadini, è un altro mondo. Un mondo ostile, che si nega e scantona: una ragazza che scrive e legge, lieve e acuminata, capace di livore e vendetta. Una miscela implosiva ed esplosiva quel matrimonio che richiama, in parte, i versi di Saba dove la donna si rivolge al figlio: " Non somigliare- ammoniva- a tuo padre/ Ed io più tardi in me stesso lo intesi:/ Eran due razze in antica tenzone." (Umberto Saba, Il Canzoniere, Einaudi, Torino, 1961).

Accadde in quegli anni che Pier Paolo trovasse aperto sulla scrivania Il Canzoniere di Saba (che il cugino Nico Naldini gli aveva prestato) proprio alla pagina contenente i versi citati sopra, non solo; Carlo Alberto li aveva sottolineati. Implorava lo sguardo del figlio, il suo abbraccio e più implorava, più detestava. Più amava, più odiava.

Ancora una fotografia: quella di Susanna abbandonata al languore, su una seggiola di vimini che la contiene, il capo reclinato sulla spalla destra, le gambe nude, strette tenaglie di carne, un vestito forse primaverile sbottonato all'altezza delle ginocchia, un muro di pietre fa da sfondo e sotto i sandali terra, terra di campagna, di paìs, impura, con sterpi, piccoli legni, sassolini e -a ben guardare- un sassolino è premuto dalla suola della scarpa, nel punto corrispondente all'alluce. Ecco la Madonna, la Vergine che si nega al padre, la femmina che nasce dalla terra e schiaccia il piccolo sasso- serpente, e le sue labbra, i suoi occhi raccontano un'assenza, un sogno.


E' con il professor Calcaterra che Pasolini si laurea, nel 1945, con una tesi su Giovanni Pascoli, poeta del nido, del gelsomino notturno, del violento abbandono paterno, del paìs.

Il fratello Guido è morto, assassinato - lui partigiano della divisione Osoppo- da altri partigiani: sono i fatti delle Malghe di Porzùs dove i "filotitini" comunisti eliminarono gli avversari guidati dal comandante, partigiano e monarchico, Francesco De Gregori detto Bolla. Aveva scritto Guido al fratello il 27 novembre 1944: " I presìdi garibaldini (incontrati per strada) fanno di tutto per demoralizzarci e indurci a togliere le mostrine tricolori…un commissario garibaldino mi punta in fronte una pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di cosa significhi essere uomini liberi e che ragionava come un federale fascista…a fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana contro lo straccetto rosso". Nel suo furore liberale, socialista e azionista Guido protestò, già prigioniero dei garibaldini, gridando che i comunisti conoscevano un'unica giustizia: quella del colpo alla nuca.

Pier Paolo, comunista, tentò di separare il dolore privato dalla vicenda politica. Mantenne, insomma, l'equilibrio. Rispondendo alla lettera di un lettore su Vie Nuove l'atteggiamento di Pasolini risulta significativamente didattico: "…Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l'Italia e la Jugoslavia: così, in quel periodo, la Jugoslavia tendeva ad annettersi l'intero territorio e non soltanto quello che, in realtà, le spettava. E' sorta una lotta di nazionalismi, insomma. Mio fratello, pur iscritto al Partito d'Azione, pur intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio fianco), non poteva accattare che un territorio italiano, com'è il Friuli, potesse essere mira del nazionalismo jugoslavo. Si oppose e lottò. Negli ultimi mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione era disperata, perché ognuno era tra due fuochi. Come lei sa, la resistenza jugoslava, ancor più do quella italiana, era comunista: sicchè Guido, venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c'erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel tempo sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica immediata nazionalistica" (Vie Nuove a. XVI, 15 luglio 1961).

Didattico e prudente, determinato a buttare acqua sul fuoco, a centrare un giudizio obbiettivo, Pasolini è qui - nella sua apparente equidistanza- profondamente polemico: non con i compagni comunisti né con gli amici azionisti ma con la Democrazia Cristiana che subito cercò di piegare a suo favore il martirio di Porzus. C'è dunque molta violenza nella posizione pasoliniana, violenza contro se stesso e le proprie viscere, al moralismo contrappone la storia, l'analisi, fedele a quanto, riferendosi agli alunni, si era proposto in sede pedagogica scrivendo: "…Capii che erravo credendo che il nostro rapporto dovesse essere un rapporto di reciproco amore: no, io dovevo mettermi in disparte, ignorarmi, dovevo essere mezzo e non fine". (P. P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, ibidem).

L'educatore Pasolini, il tafano socratico dell'Italietta, ha individuato nel narcisismo l'avversario più pericoloso ed infido e molti saranno i contorcimenti compiuti dal poeta per sconfiggerlo, molte le torsioni: il contraddirsi fu, di questi contorcimenti e torsioni, il luogo deputato.




A UN RAGAZZO


……………………………………………

L' ho visto allontanarsi con la sua valigetta

dove dentro un libro di Montale era stretta


tra pochi panni , la sua rivoltella,

nel bianco colore dell'aria della terra.


Le spalle un po' strette dentro la giacchetta

ch'era stata mia, la nuca giovinetta


………………………………………………


(P.P. Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961).m



Insieme ad un gruppo di amici, tra cui il cugino Naldini, Pier Paolo fonda l'Academiuta di lenga furlana : Carlo Alberto tornato dalla prigionia, sconfitto e smarrito, si trovò con i suoi consumati sentimenti fascisti di fronte al vuoto stordente di un figlio morto partigiano, al sodalizio tra la moglie e Pier Paolo, per il quale fece edificare il vano dell' Academiuta, orgoglioso del destino letterario che sembrava tracciare il percorso di quell' erede in rivolta, simile a lui nelle guance scavate, nella bocca sottile ma devoto ad una lingua altra. Questo non impedì a Carlo Alberto di seguire le pubblicazioni del figlio, forse per rintracciarvi un cedimento, un atto di amore nei suoi confronti, oltre l' ambigua formalità della dedica impressa sul primo volume di poesie.

Li aveva tutti contro Carlo Alberto Pasolini; tirannico e perdente, buono e violento riempì di vino lo spazio che lo divideva dalla famiglia Colussi. Vino e, ad un certo punto, deliri, accuse e distruzione di sè. Il responso dei medici bell' e pronto lo bollava paranoico. Una giustificazione in più per rendere inossidabile, invulnerabile il cordone ombelicale che fa di Pier Paolo e Susanna una sola carne in una dinamica di reciproco inghiottimento e assoluto possesso amoroso.

L'Academiuta prevede riunioni, scrittura di versi propri e discussione dei poeti in lingua friulana, ricerca la melodia primitiva della parola nel momento in cui sorge, il manifesto presenta gli intenti dell'associazione: "Alle nostre fantasie letterarie è tuttavia necessaria una tradizione non unicamente orale. E questa non potrà essere la tradizione friulana che, se ha qualche discreto poeta, è poi tutta vernacola…La nostra vera tradizione, dunque, andremo a cercarla là dove la storia sconsolante del Friuli l'ha disseccata, cioè il trecento. Quivi troveremo poco friulano, ma tutta una tradizione romanza, donde doveva nascere quella friulana, e che invece è rimasta sterile. Infine, la tradizione che naturalmente dovremo proseguire si trova nell'odierna letteratura francese e italiana, che pare giunta a un punto di estrema consumazione di quelle lingue; mentre la nostra può ancora contare su tutta la sua rustica e cristiana purezza". Un programma ben distante da compiacimenti campanilistici: la lingua friulana è scavo, ricerca. Esperimento. Il furlano pasoliniano rimarca la differenza con il veneto, orale e scritto, ma segnala- assai probabilmente nel nome di Guido- l'appartenenza all'Italia, alla cultura italiana. L'Academiuta si riconosce nel "dolce tricolore" partigiano e l'ideale autonomistico non nega ma rafforza quei confini che costarono cari agli osoviani. Non rinuncia affatto, Pasolini, alla propria identità comunista ma rifiuta la tattica filoslavista del Partito di Togliatti.


In tempo di guerra, non venendo meno alla sua vocazione pedagogica, Pasolini aveva aperto nella stanza da pranzo dell'abitazione di Casarsa una piccola scuola privata. Lezioni gratuite a pochi ragazzetti impartite dal poeta, dalla pallida eccentrica e vagabonda bolognese Giovanna Bemporad.

Quando a Casarsa arrivarono gli scoppi, gli aerei , le mitragliatrici, i bengala " Susanna sempre incerta dove posare i piedi calzati da scarpe col tacco alto, veniva sollevata da Pier Paolo a ogni intralcio della strada, ed essa con ridenti ritrosie, si lasciava trasportare mentre le altre donne recitavano il rosario. Dopo molte notti travagliate la nostra famiglia in ottobre decise di trasferirsi in mezzo alla campagna e Susanna e Pier Paolo occuparono, con qualche mobile indispensabile, la stanzetta di Ernesta a Versuta…Susanna che prima del matrimonio aveva insegnato alle elementari, a Versuta riprese a fare la maestra ai figli dei contadini…Pier Paolo insegnava ai più grandi." ( Andrea Zanzotto e Nico Naldini, Pasolini. Poesie e pagine ritrovate, Lato Side Editori, Roma 1980, testimonianza di N. Naldini).

A Versuta c'è Tonuti Spagnol, quattordicenne figlio di contadini, allievo e amante, sulle pietre del Tagliamento. Il ragazzino è parte di "una frotta di Emili, ognuno con un suo corpo vergine e casto" (Raffaele Mantegazza, Con pura passione. L'eros pedagogico di Pier Paolo Pasolini, Edizioni Della Battaglia, Palermo, 1997).

Amòur me amòur

dula sotu Amòur

sotu Amòur ta li sèjs

tai piès o tai ciavièj?


Amòur, amoùr me

sotu Amòur tal sen

dulà che la seda

a è na nula ch' a zem?


Ah beada la òndula

ch' a siga di ligrìa

ta chej vuj ch'a no jòdin

l' Amòur ch' a iu impija.


Amore mio amore, dove sei Amore, sei Amore nelle ciglia, nei piedi, nei capelli?

Amore amore mio, sei Amore nel seno dove la seta è una nube che geme?

Ah, beata l'allodola che grida d'allegria in quegli occhi che non vedono l'Amore

che li accende!

(P.P. Pasolini, La meglio gioventù. Suite friulana, Sansoni, Firenze 1954)

Qui la nostalgia è tutta per l'allodola bella, allegra e inconsapevole. Inconsapevolezza significa beatitudine. In una lettera del poeta a Giovanna Bemporad, datata 20 gennaio 1947 e riportata da Enzo Siciliano in Vita di Pasolini (ibidem) Pier Paolo scrive: "…La gente è sciocca, vile, confusa; ma c'è in essa un'aspirazione…questo vale e non deve essere trascurato da noi che abbiamo una coscienza".

Da una parte il maestro adulto e dall'altra l'adolescente sciocco, vile e confuso animato da un'indefinita aspirazione, un Emilio -appunto- che, hic et nunc, è principalmente corpo. Cosa ama il maestro che ha "una coscienza"? Ama l'allievo per ciò che non è ancora o per quello che si appresta a diventare (non certo per quello che diventerà: un adulto)? Pasolini che, come abbiamo scritto sopra, vuole essere mezzo cosa intende per fine? La crescita e l'abbandono del ragazzo, il proprio tramonto rispetto ad una vita che vive ormai da sé oppure una "comunione" dove adulto e ragazzo, somministrano l'uno all'altro l'eucaristia? Mezzo e non fine: se il fine è la bellezza il poeta rappresenta forse anche il corpo e il sangue di Cristo. Vi è un punto in cui il professore Pasolini si propone di divenire "impersonale veicolo d'insegnamento" (P.P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, ibidem) ma l'impersonale non corrisponde sicuramente ad uno stato di, pur dinamica, neutralità. Non sarà mai neutro, nonostante la fatica raziocinante, mai impersonale se non nel segno dell'ultra-personale, in deliri di onnipotenza -impotenza: un Dio in croce che ha visto l'amore accendersi negli occhi dell'allodola che fugge via.


Va via, l'allodola, come il ragazzo in bicicletta impaurito dalla sua proposta, come l'estate del 1947, trascorsa a bere, a ridere e a soffrire con gli amici, con il cugino Nico e con quei giovani contadini, piantati nella terra di cui desiderava - e talvolta aveva- i corpi sodi. Una notte, tornando a casa attraversando in bici i profumi della campagna, confessò a Naldini che mai si sarebbe stati tanto felici e quindi valeva davvero la pena "di scendere nel greto del fiume a tagliarci le vene" (A. Zanzotto e N. Naldini, ibidem). Vita e morte: la morte nella morte di un gatto in mezzo alla strada, fiancheggiando il Tagliamento: eccola disse il cristiano e pagano (superstizioso?) Pier Paolo: è questa l'immagine della nostra estate. Quanto avrà corso, miagolato, cercato cibo, goduto e lottato quel gatto? Abbastanza per morire ammazzato?

Si sa, fingendo di non sapere, della passione di Pasolini per i ragazzi. Lo sanno a Casarsa, a Versuta, a San Giovanni dove il poeta milita in quel piccolo P.C.I. locale di cui diventerà Segretario conducendo una campagna politica accanitamente antidemocristiana ed anticlericale ma non anticristiana ed anzi, appellandosi attraverso manifesti murali scritti da lui, ai cattolici in nome di Cristo nostro comune maestro poiché il Vangelo, si legge sui muri di San Giovanni e dintorni, insegna di amà il prossin, di no faghi a chei altris chel ch'e non ti vous c'a ti fedin a te.

Anche a Valvasone, distante poco più di dieci chilometri da Casarsa, qualcuno sa: sono voci, comunista sì, è assodato, il resto è già più che un sospetto. Però nella Scuola Media Statale di Valvassone il professore è bravo, insegna bene, con un suo metodo speciale, non solo il programma ma anche certi poeti italiani e francesi, è ordinato -un signorino in giacca e cravatta, distinto- e i ragazzi vengono a casa contenti, con poesie scritte da loro nel loro dialetto, quello che capisce anche la nonna e dice allo zio di venire un po' a sentire quanto sentimento ci ha messo il ragazzo, che poi è un bambino, anche se fa il fieno e prima di scuola si alza a mungere. Quella gente lì Pasolini lo vorrebbe, sembra, anche dopo "lo scandalo": scrivono una lettera al Provveditore di Udine, il professore va bene, sa insegnare, i ragazzi sono contenti. E trovalo un professore che zappa l'orto della scuola e attacca su ogni albero il nome in italiano, in dialetto e in latino e che questo latino lo insegna con giochi e favole.

I carabinieri hanno già stilato il verbale, Pasolini Pier Paolo si è portato in Ramuscello, frazione di San Vito al Tagliamento adescando minorenni. L'imputazione del pretore recita: corruzione dei minori e atti osceni in luogo pubblico. Il tribunale, tre anni dopo, lo assolverà per insufficienza di prove.

Senza attendere il processo la Federazione comunista di Pordenone lo espelle: perché indegno politicamente e moralmente. Si scrivono articoli sull' edizione locale de l'Unità: il professore e letterato è colpevole lettore e diffusore di scrittori borghesi che minano alla base l'etica del proletariato. Pasolini risponde con una lettera a Mautino, esponente udinese del Partito rifiutando l'opportunismo tatticista di stampo togliattiano ed affermando:"…mi meraviglio della vostra disumanità…Malgrado voi resto e resterò comunista…Un altro al mio posto si ammazzerebbe; disgraziatamente devo vivere per mia madre".

La madre, il comunismo, il Cristo terreno e messianico.


VEGNERA' IL VERO CRISTO


No gò corajo de ver sogni

il blù e l'onto de la tuta,

no altro tal me cuòr de operajo.


Mort par quatro franchi, operajo

il cuòr, ti te gà odià la tuta

e pers i to più veri sogni.


El jera un fiol ch'el veva sogni,

un fiol blù come la tuta.

Vegnerà el vero Cristo, operajo,


a insegnarte a ver veri sogni.





VERRA' IL VERO CRISTO. Non ho coraggio di avere sogni: il blu e l'unto della tuta, non altro nel mio cuore di operaio.

Morto per due soldi, operaio, il cuore, hai odiato la tuta e perso i tuoi più veri sogni.

Era un ragazzo che aveva sogni, un ragazzo blu con la tuta. Verrà il vero Cristo, operaio,

a insegnarti ad avere veri sogni.


(P. P. Pasolini, La meglio gioventù. Il Testament Coran, ibidem)

Cristo, comune maestro, insegna la verità dei sogni e la falsità della realtà alienante che, ladra, porta via all' uomo la sua essenza. Malgrado i discepoli indica la bellezza dei gigli nei campi e delle primule. Un mondo in cui il peccato originale è rappresentato dal potere e, in particolare, dal potere borghese: "Io per borghesia non intendo tanto una classe sociale, quanto una vera e propria malattia. Una malattia molto contagiosa: tanto è vero che essa ha contagiato quasi tutti coloro che la combattono…" (P.P. Pasolini, I Dialoghi, Editori Riuniti, Roma 1983). Infatti l 'operajo ha perso i suoi più veri sogni e solo il Cristo medicamentoso e terreno, che porta la pace e la spada, potrà dire al malato "guarisci" e scacciare la malattia come un demone. Finchè ciò non accade il proletario perde, ogni giorno che passa, un giorno di regno e sogna sogni borghesi che fanno ammalare. Il Partito si è secolarizzato, perduto l'orizzonte escatologico si compone di parti morte: "il tatticismo è l'altra faccia del dogmatismo. Nell'atto stesso in cui il P.C.I. compie delle mosse tattiche, anche abili, dimostra di non avere superato il vecchio dogmatismo, o almeno la rigidità moralistica dell'ideologia" (P.P.Pasolini, Le belle bandiere, ibidem ).


Il padre che non lo abbandona è Carlo Alberto, l'umiliato e vilipeso carceriere, la sua declamata "paranoia" si radica nel furore per gli amori che lo hanno tradito, il figli, la moglie. "Se ci fosse Guido" dice "se ci fosse qui Guido".

Carlo Alberto è ammalato di borghesia (come il P.C.I., come il Provveditorato, come -a quel punto- gli abitanti di Casarsa ed il Friuli intero). Ha portato la croce del segreto di Pier Paolo, avrebbe portato sulle proprie spalle lo stesso Pier Paolo, se avesse potuto e saputo, ma ora lo strillone grida nella piazza di quel paese nemico il nome di suo figlio accompagnandolo con le parole processo, adescamento, vizio, perversione, pederastia, tribunale, peccato, reato.

Non è un Cristo operaio, Carlo Alberto. Ma in croce, folle e sconfitto, c'è anche lui Cristo borghese o ladrone: evangelicamente ha amato molto: una donna impossibile, figli impossibili, l'esercito, i suoi soldati che lo ricordano come un superiore rispettoso e buono, il fascismo. E tutto ciò che ha amato lo ha perduto.

Fa scenate quel padre, è continuamente ubriaco, piange e geme di notte: Susanna e Pier Paolo non ne possono più e fuggono. Pier Paolo taglia un cordone ombelicale riflesso nello specchio, il vero cordone rimane. Lascia il Friuli e in Friuli tanta storia di sé, anche una giovane fidanzata - una ragazza "ufficiale", minuta e graziosa- contemporanea agli amori carnali, totali consumati sul greto del Tagliamento con i ragazzi greci furlani.

Dal Friuli, dai paesini che si legano l'uno all'altro attraverso i pedali della bicicletta, dalle facce dei vecchi, dalle storie ancestrali scappa, di nascosto, insieme a Susanna: vanno a Roma.

Il rifiuto del Friuli è estremo, lacerante: quando si troverà sotto gli occhi Santo Stefano, La Morra, Bossolasco, Neive, Canelli e tutto l'epos pavesiano e fenogliano non potrà che provare fastidio e rabbia. Pavese continuava a venerare quelle terre, le colline uterine di un'infanzia che non misurava i tempi dell'amore, dove il guerriero mostrava il suo valore tra i canneti o tuffandosi nel Belbo. Torino e Roma saranno invece il banco di prova della sua virilità emozionata e disperatamente esile : se le acque del Belbo sono state rifugio (l'avventura: la bellissima traduzione di Moby Dick compiuta da Pavese è anche traduzione dall'acqua salata all'acqua dolce e viceversa) quelle del Tagliamento hanno fatto tempesta, vortice, piena improvvisa: sulla riva giace Pier Paolo, sembra già morto: lo riportano in vita le carezze della madre e il ringhio rantolante e amoroso del padre.

………………………………………………

Vegnèit, trenos, puartàit lontaàn la zoventùt

a sercià par il mond chel che cà a è pierdùt.

Puartàit, trenos, pal mond a no ridi mai pì

chis ciu legris fantàs paràs via dal paìs.


Venite, treni, portate lontano la gioventù, a cercare per il mondo ciò che qui è perduto. Portate, treni, per il mondo, a non ridere mai più, questi allegri ragazzi scacciati dal paese!


(P. P. Pasolini, La meglio gioventù. Romancero, ibidem).


Capita che uno non ce la faccia più, che stringa i denti e i denti gli facciano male, che abbia persino fame, che si senta addosso il marchio di Campana Dino, matto e poeta, o più che poeta matto secondo il giudizio tracotante di Prezzolini, Soffici, Papini: esempi dell'Italia letteraria superficiale e linguacciuta. L'Italietta delle mafie letterarie, di Dino che minaccia con il coltello Soffici a cui aveva consegnato il manoscritto e non lo trova più, l'ha perso. Troppi impegni, troppe cose da fare e contatti da tenere quando la letteratura diventa un lavoro da funzionari e mica si può stare a leggere tutto: così Dino è furibondo e i Canti Orfici deve riscriverli a memoria. Dino matto lo è davvero, ma è anche poeta e, certamente, più poeta che matto. Vagabonda, va a Genova a cercare le donne, nei vicoli, le paga: è vestito come uno che cammina a piedi, sa di polvere, da Marradi a Genova, a piedi o magari rubando qualche chilometro ad un carro. In piazza Sarzano ha appuntamento con Sbarbaro, si scrutano, maudit di fronte a maudit e Camillo ha quasi paura di essere bevuto da quegli occhi indiavolati, si ritrae e lascia che l'altro prosegua per la sua strada, non lo trattiene.

Pasolini non è così matto. E' un po' poeta, questo sì. E "froscio". E disoccupato.

Susanna è a servizio presso una famiglia borghese, abitano madre e figlio, nel ghetto, in piazza Costaguti. Pier Paolo ha degli amici scrittori migliori del terzetto fascistoide che capitò a Campana: uno di questi amici si chiama Giorgio Caproni, un livornese che abita a Roma ma ha vissuto tutti i suoi "amori in salita" a Genova. Scrive poesie, fa il maestro elementare e suona il violino. "Qualcosa da farti fare troverò", gli dice.

E intanto Pasolini va a caccia, di lavori per campare e di ragazzetti e ne trova di lavori, sì, piano piano, bozze da correggere, qualche recensione, qualche articolo. Trova anche i ragazzi, quelli che per due spiccioli, una pizza, un gelato, si sbottonano la patta dei pantaloni. Li scova sugli autobus, nei cinemini, o a gruppi in qualche piazzetta di terra battuta, un po' giocano a pallone un po' si specchiano nelle pozzanghere. Con il pallone Pier Paolo è sempre stato bravo, ha fiato e i ragazzetti lo capiscono che è un "froscio" ma va bene così, un "froscio" che gioca a pallone, gentile.

A Pa' lo chiamano, palleggiando.


Pier Paolo Pasolini è di nuovo professore. Insegna alla Scuola media "Francesco Petrarca" grazie alla raccomandazione del poeta in lingua abruzzese Vittorio Clemente. La scuola è a Roma, meglio: ai bordi della periferia romana, a Ciampino. Per raggiungerla bisognava un autobus fino al Portonaccio, un tram fino a Termini e da lì la littorina: parte alle sette e torna a casa alle due. Dopo Ciampino un misto di campagna e palazzoni in costruzione: i ragazzi sono di estrazione piccolo-borghese, vengono dalle campagne laziali, meridionali.

Lui gli fa lezione, a suo modo. Senza sconti: scrivere strazzio con due zeta non è un errore grave, nei temi viene segnato in rosso, non in blu. Strazzio è romanesco: non male per un ragazzino figlio di gente che viene da Pontecorvo, Fara in Sabina, dai Monti Cimini o da quelli della Laga. Strazzio significa appartenere. La matita blu, invece, calcava sui voli pindarici, sulla fantasia, sulle bugie palesi: "scrivete la verità" diceva, "guardatevi intorno". Una volta - riporta Giordano Meacci- Pasolini diede un tema intitolato: "Una notizia sentita alla radio che vi ha particolarmente colpiti". Un ragazzino rimase fermo, congelato per minuti e minuti finchè non cominciò a piangere. Era un contadino, non un povero, solo un contadino figlio di contadini che mangiavano, lavoravano, bevevano ma non avevano la radio. E le scarpe le portavano a risuolare. Pasolini si accorse di Ugo, con un cenno gli chiese di andare alla cattedra: "cosa ti succede?". E il ragazzino spiegò che la radio era rotta da molti anni, che nessuno aveva mai più pensato a ripararla e il professore, serio disse: "Allora? Qual è il problema? Scrivi questo: scrivi che non hai la radio…Racconta la storia della radio che si è rotta". (Giordano Meacci, Improvviso il Novecento. Pasolini professore, minimum fax, Roma 1999).

I dialettismi messi tra virgolette erano permessi: però bisognava metterli tra virgolette. Tra virgolette strazzio non era neppure errore lieve, segnato in rosso.

E poi tanta lettura, tanti poeti: moltissimo Dante, un Dante vivo, di tutti e la voce dolce di Pasolini che lo diffondeva nell'aria dura di una vita dura. E se si parlava di Dante, se si commentavano Paolo e Francesca allora sbucava fuori insieme ai sentimenti, alle emozioni la domanda di storia: "in politica, Dante, da che parte stava?". Oppure :"ve lo ricordate un monumento di Firenze?". E mostrava fotografie, lo stemma dei guelfi bianchi, quello dei guelfi neri. Il ritratto di Bonifacio VIII°, Firenze vista dall'alto, Firenze sulla cartina dell'Italia, l'Arno, Santa Maria Novella, il campanile di Giotto.

Raccontano che fosse pignolo, preciso: pur non avendo registro ma un protocollo dove ai nomi degli alunni corrispondevano segni, linee, puntini, crocette.

E - viene sempre riportato da G. Meacci - organizzava gare a premio di frasi latine e metteva "mucchietti di golie sulla cattedra", primo, secondo e terzo premio. Oppure li sguinzagliava, nei pomeriggi, a raccogliere canzoni e filastrocche antiche che quegli alunni strappavano da bocche sdentate di vecchi che si assomigliavano tutti.

Prendeva i film che i ragazzi andavano a vedere, film di Romani ad esempio, e li smontava pezzo per pezzo: "mica era vestito così un soldato nel I° secolo dopo Cristo…e li avete visti gli attori? Non facevano pena?".

Dante, dicevamo. Ma anche l'Iliade ("e dimmi un po' Ugo segnami sulla cartina dov'è Troia…ecco, sì, bravo merlo. Troia è qui, avete visto tutti? E' qui e non dimenticatevelo che uno non può parlare di un posto se non sa dov'è o dov'era").

Tutti loro, in classe, sapevano che scriveva, a qualcuno capitava di sentirlo, intervistato, alla radio. Ma non leggeva mai cose sue. Leggeva i futuristi, Palazzeschi, Ungaretti, Saba, Penna, Bertolucci, Caproni, Montale.

Di rado, ci ricorda un alunno intervistato da Meacci, dava qualche nota: " Suo figlio non ha studiato i verbi latini. Merita una severa punizione. Firmato Pier Paolo Pasolini". Episodi isolati: ciò che è rimasto di lui ai suoi alunni di Ciampino è la gentilezza, la dolcezza, l'umiltà e la voglia di fargli vivere la vita.


IL PIANTO DELLA SCAVATRICE

E ora rincaso, ricco di quegli anni

così nuovi che non avrei mai pensato

di saperli vecchi in un'anima


a essi lontana, come a ogni passato

…………………………………………

(P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1957)



Carlo Alberto li ha raggiunti a Roma, disfatto. Ama di disperato amore i successi letterari del figlio, abbassa gli occhi davanti ad una moglie che non gli ha mai perdonato di essere com'è (e com'era). Pier Paolo è abituato a ricevere in casa gli amici intellettuali e Carlo Alberto stringe la mano a Pietro Citati, Alberto Moravia, Elsa Morante, Renato Guttuso. Se riesce a catturarne uno, nella sua rete di cortesie e richiesta di ascolto, parla e non smette più: Carlo Emilio Gadda, affettato, premuroso e formale nella vita quotidiana quanto sferzante e sarcastico tra "pari" o nella scrittura, rimaneva spesso intrappolato.

Ma questo padre è venuto a crepare, coprendosi di ridicolo con i suoi racconti e le sue medaglie, con la sua retorica: un dito di vino gli fa male e lui beve due bottiglie al giorno. Poi urla, piange, tace. Delira e si spegne una notte del 1958 con Pier Paolo arrivato appena in tempo per vederlo morire.



SUPPLICA


Sento la tua carezza,

capriccioso padrone,

inebbriarmi muta

la carne troppo avvezza.


Non sorridi nemmeno?

La tua crudeltà

ha dunque l'impudenza

di un cielo sereno?


Sei così sicuro

della tua vinta vittima

che giungi ad annoiarti

del suo rimorso impuro?


Lasciami, o Fatale,

sciogli la delicata

stretta della tua mano

che mi incanta di male.


Ben dolcemente sfiori

le note della carne

e quel fioco concerto

mi devasta il cuore.


Lasciami fuggire,

togli dalle mie viscere

la tua indiscreta mano.


Amo (da giovinetto)

della tua primavera

anche ciò che non celo

nel mio cuore abbietto.


(P. P. Pasolini, L'Usignolo della Chiesa cattolica, Longanesi, Milano 1957).


Pier Paolo era un bambino di pochi anni, forse quattro o anche meno, quando il padre lo immobilizzava sul tavolo della cucina per curargli la congiuntivite con il collirio. Penetrava nell'occhio quel liquido bruciante con il corpo di Carlo Alberto che lo sovrastava. Era una violenza sadica ed era, nello stesso tempo, amore.

Nel 1969 Pasolini rilascerà, un'intervista a Jean Duflot in cui afferma: "Anche le mie relazioni d'amore con mio padre hanno avuto la loro importanza, tutt'altro che irrilevante…mi sono reso conto che tutta questa vita emozionale ed erotica che facevo dipendere dal mio odio avrebbe potuto benissimo spiegarsi, anzitutto, con l'amore per mio padre: un amore che deve probabilmente risalire ai miei due o tre primi anni…Non ho mai sognato di fare l'amore con mia madre…Ho piuttosto sognato, se mai, di fare l'amore con mio padre (contro il comò nella nostra povera camera di fratelli ragazzi), e forse anche, credo, con mio fratello; e con molte donne di pietra".

(Marco Antonio Bazzocchi, Pier Paolo Pasolini, Bruno Mondadori, Milano 1998).


Se proviamo a fantasticare della poesia sopra riportata come di una schermaglia amorosa, erotica, tra un adulto ed un ragazzo, tra un padre ed un figlio ci accorgiamo di quanto i ruoli siano interscambiabili : si potrebbe anche parlare di un'orgia a due fatta di carezze, schiavitù, crudeltà, noia, rimorso, impurità, male, dolcezza, devastazione, fuga, viscere, indiscrezione, castità, primavera e abiezione.

Pasolini aveva cercato tutto questo (tutto questo padre) nelle primule dei prati friulani. A Roma la ricerca continua, le primule sono alla stazione ferroviaria Termini, piantate sull'asfalto ed alla periferia delle periferie. Certo: è un padre quello di Pasolini sempre straniero, estraneo. Estraneo al Friuli ed a Roma, piccolo borghese per sfortuna e superficialità: avrebbe avuto una discreta rendita ed un tenore di vita più alto, Carlo Alberto se si fosse preoccupato di investire l'eredità paterna che invece bruciò nel gioco, nella megalomane baldanza della giovinezza.


La periferia, le baracche della Borgata romana, al Mandrione, alla Prenestina: dove l'asfalto si mescola al fango e dove l'asfalto finisce. La campagna presa a pugni e a calci, all'angolo ma ancora capace di allegrie individuali e comunitarie, ancora "fuori".


L'umile Italia


Qui, nella campagna romana

tra le mozze allegre case arabe

e i tuguri, la quotidiana

voce della rondine non cala,

dal cielo alla contrada umana,

a stordirla d'animale festa.

Forse perché già troppo piena

d'umana festa: né mai mesta

essa è abbastanza per la fresca

voce d'una tristezza serena.

……………………………

Qui venti affricani l'assolato

inverno bruciano: nascono

carnai di fiori, è già estate.

I ragazzetti dentro tasche

già impure infilano viziate

le mani: la loro violenza

infantile resterà nella nera

loro bellezza adulta. Esperienza

è ironica durezza: senza

rondini, di cani urla la sera.


Il mito della terra, vissuto da Pavese nella contrapposizione città/campagna verrà vissuto da Pier Paolo Pasolini nella violenta vittoria del neocapitalismo che addestra gli individui, rubando ad essi la naturale solitudine e la originaria capacità di aggregarsi: la solitudine in un condominio, in un grattacielo non corrisponde ad un volontario appartarsi. L'aggregazione è folla, non comunità che comunica.

Anche il professorino diventa ricco. Che è stato professorino, ormai, quasi dieci anni dopo, non lo ricorda più nessuno. Libri, cinema, giornali: con questi Pasolini si emancipa dalla miseria, dalla dolcezza e dall'angoscia della precarietà. Ma non sbiadisce dalla sua fronte il segno, il marchio di Dino Campana.

Veste come un borghese, mangia in fretta e molto come un contadino, parla poco a meno che l'argomento non riguardi lo scrivere, il cinema e l'arte. Ora porta gli occhiali scuri: dietro a quelle lenti vede affogare rondini e cani, pensa all'Africa (che visiterà più volte insieme all'amico Alberto Moravia) come all'ultimo luogo arcaico, umanamente degno di essere abitato.

La nostalgia di paradisi perduti procede pari passo con l'acquisto di una Giulietta Alfa Romeo bianca e con il cambiamento di abitazione, in via Carini, lo stesso palazzo in cui abitava Attilio Bertolucci: sono le contraddizioni che il mondo borghese e consumistico infligge a chi amerebbe tutt'altro. E' la corruzione che travolge la cassiera del Supermercato ed il ragista del cinema-poesia: voglia e bisogno di denaro si sovrappongono, si uniscono.

Pier Paolo si accorge che con la Giulietta è più facile caricare i ragazzi, portarseli a mangiare e a fare sesso nell'aria di una campagna senza più lucciole. Il suo pensiero è quello dei francofortesi: la riduzione dell'uomo a consumo, il linguaggio tecnologico, l'azzeramento concentrazionario. Il mondo del capitale è un campo di concentramento dove si muovono automi che agiscono in base a riflessi condizionati.

Gli anni sessanta terminano con l'età della contestazione: Pasolini potrebbe facilmente cavalcare il ruolo del maestro (magari "cattivo"). Lui le cose che ora accadono le ha viste anni prima, le ha intuite: adesso che le ha davanti non si meraviglia, dal lungo sonno si è già destato da un pezzo e questi giovani borghesi che sputano sentenze marxiste- leniniste, maoiste, movimentiste e lottano contro i loro padri potrebbero (forse sono) agire anch'essi secondo lo schema dei riflessi condizionati. Il capitalismo ha necessità di sfiatare e, nel contempo, di vaccinarsi, di provare la propria unicità. I giovani borghesi armati di sampietrini, pronti alla rissa con polizia e carabinieri rappresentano un ottimo campione per l'esperimento del Potere.

Cambia la Roma notturna, niente più ragazzi di vita al Colosseo: rimangono i portici di Termini. Lì ci sono i ragazzi che di Marx non gliene fotte. A questo proposito traccia un sintetico e aspro profilo del poeta Dario Bellezza:" A Pasolini un ragazzo doveva intigare per andarci. E per intrigarlo doveva avere delle caratteristiche, diciamo pasoliniane : doveva rassomigliare…ai suoi accattoni sottoproletari, leggeri come stracci, col sacro gonfiore bene in vista, maschi, e non nevrotici figli della borghesia…Voleva i corpi proletari, come spesso ha detto, l'amore lo riservava alla donna e madre. In questo ha ragione Laura Betti, nel sentirsi amata; Pasolini amava le donne come uno stilnovista del Trecento, come Petrarca. Ne fa fede anche il suo rapporto con Maria Callas…" (Morte di Pasolini, Mondadori, Milano 1995).


Pasolini diffidava di una ribellione al sistema preparata da chi non aveva solo catene da perdere. In parte la storia, probabilmente, gli ha dato ragione. Il figliuol prodigo può tornare a casa, forse prepara la fuga già pensando al ritorno, lo scontro già pensando alla riconciliazione. In parte così è avvenuto, in parte no: lo scontro contro il capitale ha lasciato per terra, senza vita, proletari poliziotti e carabinieri al servizio dello Stato e guerriglieri proletari e borghesi nemici dello Stato. Molti dei vinti vivono ancora le prigioni, e non chiedono pietà perché credono che i proiettili di allora -allora- non potevano non essere sparati. Allora, non oggi. Non si sono pentiti essendo il pentimento un atto individuale gratuito, non hanno lasciato metà di se stessi alla storia per consegnare l'altra metà ad una civiltà non tanto diversa da quella che avevano combattuto .Certo, sono cambiati, invecchiati, ma restano interi. Di uno, anzi di una , di loro Erri De Luca parla in poesia: "Era pericoloso/ lasciarle mani franche/ senza ferri avvitati intorno ai polsi/ quando rivide spazio, alberi, strade,/ al cimitero dove/ portavano suo padre./ Dieci anni già scontati,/ ma contarli non serve, /l'ergastolo non scade, /più vivi più ci resti// Era pericoloso/ permetterle gli abbracci, /e da regolamento/ è escluso ogni contatto./ Era pericoloso/ il lutto dei parenti,/ di fronte al padre morto/ potevano tentare/ chissà di liberare/ la figlia irrigidita/ solo per pareggiare/ la morte con la vita// Spettacolo mancato/ la guerriera in singhiozzi,/ ma chi è legato ai polsi non può sciogliere gli occhi…/ Porta pazienza babbo, anche stavolta/ non posso accarezzarti/ tra i miei guardiani e i ferri./ Però grazie: di avermi fatto uscire/ stamattina, di un gruzzolo di ore/ di pena da scontare all'aria aperta// Ora la puoi incontrare/ la sera quando torna/ in via Bartolo Longo,/ prigione di Rebibbia,/domicilio dei vinti/ di una guerra finita,/ residenza perpetua/ degli sconfitti a vita/ Attraversa la strada, non si gira,/compagna Luna, antica prigioniera/ che s'arrende alle sbarre della sera." (Opera sull'acqua e altre poesie, Einaudi, Torino 2002).

Ma Barbara, la guerriera, proviene da una famiglia operaia: eppure anche lei partecipa al movimento studentesco romano fino ad aderire a Potere operaio e, in seguito, alle Brigate Rosse. Quanto la riguarda il giudizio pasoliniano riferito ai fatti di Valle Giulia?

Dal suo libro, Compagna luna, si legge: " Mentre sembrava non riuscisse più a trovare vie d'uscita per sottrarre la sua esistenza e il suo futuro a un'angustia di orizzonte che la prendeva alla gola, ecco arrivare gli echi stralunati di fatti da non credere.

L'università occupata, gli scontri con la polizia, valle Giulia, gli studenti che non scappano più.

Era il 1968.

Per lei, per quello che aveva vissuto e le era stato inculcato, significava una radicalità di scelte che non le avrebbero consentito un ritorno...Il rancore per un padre licenziato da un giorno all'altro perché colpevole di essersi ammalato di lavoro; il suono sinistro delle sirene della fabbrica a scandire ogni tempo di vita e, spesso, anche quello di morte…" (Barbara Balzerani, Compagna luna, Feltrinelli, Milano 1998).

Angoscia, rabbia di classe: un PCI insufficiente. Niente che possa essere inscritto nella famosissima poesia di Pasolini.


IL PCI AI GIOVANI


( Appunti per una poesia in prosa seguiti da "Apologia)

…………………………….

Avete faccie di figli di papà.

Buona razza non mente.

Avete lo stesso occhio cattivo.

Siete paurosi, incerti, disperati

(benissimo!) ma sapete anche come essere

prepotenti, ricattatori, sicuri:

prerogative piccolo-borghesi, amici.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti,

io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.

Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.

Quanto a me, conosco assai bene

il loro modo di essere stati bambini e ragazzi,

le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,

a causa della miseria, che no dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera,

per qualche malattia come un uccellino;

i tanti fratelli; la casupola

tra gli orti con la salvia rossa (in terreni

altrui, lottizzati; i bassi

sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi

caseggiati popolari, ecc.ecc.

E poi guardateli come li vestono: come pagliacci,

con quella stoffa ruvida che puzza di rancio

fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,

è lo stato psicologico cui sono ridotti

(per una quarantina di mille lire al mese):

senza più sorriso

senza più amicizia col mondo,

separati,

esclusi (in una esclusione che non ha uguali);

umiliati dalla perdita della qualità di uomini

per quella di poliziotti (l'essere odiati fa odiare).

Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.

Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.

Ma prendetevela contro la Magistratura e vedrete!

I ragazzi poliziotti

che voi per sacro teppismo (di tradizione

risorgimentale)

di figli di papà, avete bastonato,

appartengono all'altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento

di lotta di classe: e voi, amici (benchè dalla parte

della ragione) eravate i ricchi,

mentre i poliziotti (che erano dalla parte

del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,

la vostra, in questi casi,

ai poliziotti si danno i fiori, amici.

…………………………………..

Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti

nei vostri pallori snobismi disperati

nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,

nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo

(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia

infima, o da qualche famiglia operaia,

questi difetti hanno qualche nobiltà:

conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)

……………………………………….

Un' idea antica come quella della Resistenza

(che andava contestata vent'anni fa,

e peggio per voi se non eravate ancora nati)

alligna ancora nei petti popolari, in periferia.

Sarà che gli operai non parlano né il francese né l'inglese

e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,

si è dato da fare per imparare un po' di russo.

Smettetela di pensare ai vostri diritti,

smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,

e bandire dalla sua anima, una volta per sempre

l'idea del potere. Tutto ciò è liberalismo: lasciatelo

a Bob Kennedy.

I maestri si fanno occupando le fabbriche

non le università: i vostri adulatori (anche comunisti)

non vi dicono la banale verità: che siete una nuova

specie idealista di qualunquisti come i vostri padri,

come i vostri padri, ancora, figli.

……………………………………………..

Ma andate piuttosto, figli, ad assalire le Federazioni!

Andate a invadere Cellule!

Andate ad occupare gli uffici

del Comitato Centrale! Andate, andate

ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!

Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere

di un Partito che è tuttavia all'opposizione

(anche se malconcio per l'autorità di signori

in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,

borghesi coetanei dei vostri stupidi padri)

ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.

Che esso si decida a distruggere, intanto,

ciò che di borghese ha in sé,

dubito molto, anche col vostro apporto,

se, come dicevo, buona razza non mente…

Ad ogni modo: il PCI ai giovani!!

………………………………………..

Ma son giunto sull'orlo della vergogna…

(Oh Dio! che debba prendere in considerazione

l'eventualità di una Guerra Civile

accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?).


(P.P. Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1991)



Maestro, che butta in una poesia (fuori dagli schemi della poesia ma non per questo impoetica) la contrapposizione tra quella borghesia che lo avrebbe accettato soltanto a patto di nascondere o marginalizzare il suo peccato ed un sottoproletariato criminoso, sia quando veste il giubbotto di pelle del ragazzo di vita sia quando reprime, con lacrimogeni e manganelli i moti studenteschi. Di quel sottoproletariato Pier Paolo conosce l'odore e la sua invettiva è anche la difesa di un odore non de-odorato.

I giovani rivoltosi piccolo-borghesi e borghesi sono cari e care perché costano molto, costano quanto il loro sangue che nutre l'Italietta e che si nutre dell' Italietta, vogliono il potere, non la potenza, ma il potere che della potenza è surrogato: il potere degli impotenti.

Simpatizzare con i poliziotti, con quelle facce allenate ad odiare, a fare male, a vantarsi di un colpo bene assestato, di una bocca sbriciolata, di una testa fracassata significa stare -scandalosamente- dalla parte degli ultimi. E gli ultimi sono i ragazzi in divisa (ragazzi non di vita ma sottratti alla vita) ma anche i pochi contestatori provenienti dalla borghesia infima o da famiglie operaie: loro sono meno cari, meno care. Magari dietro c'è un padre licenziato ed una lettura appassionata di qualche libro convincente. Un po' come quando qualcuno si diverte a farci l'oroscopo e noi ci ritroviamo nel profilo delineato dall'astrologo. Qui l'astrologo è Marx. Letto più o meno attentamente, magari giunto all'orecchio di rimbalzo.

O studiato in gruppo, nell'ambito di qualche attività seminariale, tra compagni. Alcuni figli di poveri erano riusciti a varcare la soglia dell'Università, tanti di loro diventeranno dottori, altri prigionieri politici.


E', dunque, un corpo a corpo quello tra il borghese ed il proletario (o sottoproletario) delle borgate. Pier Paolo sceglie impetuosamente il corpo del godimento, il corpo marcatamente cinico, violento e bello come il giglio di un campo.

Tuttavia si rese disponibile con i giovani di Lotta Continua come Direttore responsabile del giornale. Alla rivoluzione non crede più ma, benchè o perchè fustigatore dei ragazzi di Valle Giulia, si schiera con i giovani. Loro per la rivoluzione, lui contro il mondo.

Contro il mondo, ovvero contro di sé.

Pasolini: Pietro e Paolo, Pier Paolo. La roccia, concreta che divora il cibo e il sesso come un contadino e la necessità di stabilire un "ordine" nell'attesa. L'uomo che tira la spada fuori dal fodero ma che anche conosce la vergogna della propria condizione di uomo incompiuto. E il predicatore, l'intellettuale pubblico. Comunque il santo: vi è in Pasolini una ricerca di santità e di martirio: Guido ritorna sempre. Il fratello Guido muore per mano di quelli che non sanno quello che fanno. Guido è il Cristo e Pier Paolo l'apostolo. Sulla strada della santità e della morte.


Pier Paolo quando attaccava verbalmente i manifestanti aveva la Maserati 3500 GT: serviva a sedurre i ragazzi: a Pà ! L'automobile era di seconda mano ma faceva colpo, lui caricaturalmente si tinse anche i capelli: da bravo froscio perché froscio era. Indossava anche pantaloni in pelle, camicie colorate.

Viaggiava e dei viaggi riportava opinioni non scontate, punti di vista nuovi, almeno all'interno della sinistra italiana: mise a fuoco il malessere dell'Ungheria, della Romania, della Cecoslovacchia, sottolineò il tradimento burocraticistico del marxismo mentre in America trovò un clima da vigilia, con i giovani negri di Harlem iscritti ad un sindacato rivoluzionario, le manifestazioni pacifiste, lo spiritualismo, legge "fraternamente" Ginsberg, simpatizza per Kerouac.

Ama, Pasolini, l'altra America mentre fatica a rintracciare l'altra Italia.


A pà! Giovanile come lo sono tanti vecchi frosci ma con la pelle tirata. Dario Bellezza racconta che Pier Paolo non usciva più dalla macchina, che caricava il ragazzo che pesava tanto quanto il suo disamore. Salvo credere l'amore disamore e viceversa.

Era comunque un Pasolini diverso da quello che anni prima batteva con Sandro Penna le strade balorde, a caccia di marchettari riccioluti con cui parlava e scherzava.

Pedagogista di strada e testimone sulla Maserati del fallimento di ogni pedagogia. Fallimento che è l'unico succo da cui una pedagogia non precettistica possa abbeverarsi. E' proprio quando non ha più niente da insegnare che il poeta comincia ad insegnare davvero.

Le sue prediche sono sempre più dure, più eretiche e cristiche: non ammaestra, rovescia i tavoli, conduce al vomito le "anime belle". Spara sugli intoccabili: recensisce negativamente Eugenio Montale accusandolo di avere proclamato, con Satura (Mondadori, Milano 1971), la naturalità del potere borghese giocando la sua tesi sul registro ironico.

La risposta di Montale non si fece attendere: "…Ma dopo le stalle si vuotarono/ l'onore e l'indecenza stretti in un solo patto/ fondarono l'ossimoro permanente/ e non fu più questione/ di fughe e di ripari. Era l'ora/ della focomelia concettuale/ e il distorto era il dritto, su ogni altro/ derisione e silenzio.// Fu la tua ora e non è finita./Con quanta agilità rimescolavi/ materialismo storico e pauperismo evangelico/ pornografia e riscatto, nausea per l'odore/ di trifola che ti giungeva…" (Diario del '71 e del '72, Mondadori, Milano 1973). Ma già su L'Espresso del 19 dicembre 1971 erano comparsi questi versi montaliani: "Questa violenta raffica di carità/ che si abbatte su noi/ è un'ultima impostura/…mai accadrà che si trovi sui libri di lettura.// E non certo da te, Malvolio, o dalla tua banda/ non da ululi di tromba non da chi ne fa/ una seconda pelle che poi si butta via// Non appartiene a nessuno la carità".


Montale, che non amava le critiche e coltivava con speciale astio le proprie antipatie, getta sulla faccia di Pasolini tutto ciò che Pasolini è o si è creduto che fosse: le stalle-porcile, l'indecenza travestita da onore, l'anormalità intellettuale, morale e sessuale, l'opportunismo, l'ambiguità politico-religiosa, la pornografia, l'uso e l'abuso del proletariato, la ricchezza nauseabonda, l'appartenenza ad una mafia culturale, la falsa carità.

Pasolini risponde in quelli che sono i suoi "anni deserti" come li definisce Dario Bellezza (Morte di Pasolini, ibidem), e risponde anche lui in versi ma più che di un duello letterario si comprende che il confronto con Montale sa dell'amaro del calice. Un calice che il poeta non vuole allontanato da sé.

I ragazzi non sono più gli stessi e lui è un pagliaccio con gli occhiali da checca. L'Italia contadina è stata bestemmiata dal neocapitalismo, dal petrolio, ma anche da Pasolini stesso, uomo che cerca il sesso riempiendo il serbatoio di benzina, che vive sulla pelle scorticata la forza e la violenza di un mondo che ammazza le lucciole estive, devasta i nidi. Forza e violenza tuttavia in ritardo rispetto al sadismo ed al masochismo del poeta che, temendola, ha anticipato soggettivamente - forse già negli anni friulani- questa distruzione prima che essa si oggettivasse.

Così la risposta di Pasolini al vecchio poeta che recitò la parte schiva di chi vive al cinque per cento è disarmata e compare nel 1972 sul numero maggio-giugno di Nuovi Argomenti.


L' IMPURO AL PURO


Non ho banda, Montale, sono solo.


Non ti rimprovero di aver avuto

paura, ti rimprovero di averla giustificata.


Male forse ne voglio; ma il mio.


Ti ha ottenebrato la tua un po' troppo italiana

Musa Oscura.


Astuto poi non lo sono:

di solito è astuto chi ha paura.



PENATI ITALIANI


Nell'inventarmi un nomignolo

l'unica attesa delusa, quanto a poesia,

sarà stata quella di Jakobson:

ti sei fatto portavoce della borghesia,

con alle spalle Saragat e il Maligno.


PAUPERISMO EVANGELICO (2)

Ah Montale,

hai fatto una mezza denuncia al fisco

col tuo mezzo parlare.


TRA POETI


M'era rimasto un unico occhio

e tu con uno stuzzicadenti l'hai bucato;

ma t'ho sempre conosciuto con il nome di "Outis"

e quindi non posso accusare che "Outis".



Montale rappresenta la legge del padre. E Outis acceca Polifemo: è Outis, l'eroe. Colui che si è avventurato nella normalità, fatta di Saragat, di paure borghesi, di italianità pettegola. La contrapposizione tra Montale e Pasolini non consiste nel saper vivere del primo rispetto al secondo ma nel confrontarsi con l'incapacità di vivere in maniera opposta. Montale, fragile quanto la sua Annetta-Arletta, navigherà nel mondo borbottando, ironizzando, malignando mentre Pasolini affiderà alla bestemmia ed all'esibizione della bestemmia il proprio destino. L'invidia di cui Eugenio Montale fu maldicente principe (tra i suoi bersagli: Quasimodo, Ungaretti, Pasolini e alcuni altri) fu uno dei modi di resistere, come l'anguilla nella pozzanghera e l'agave sullo scoglio: invidia come risorsa interna ad una strategia esistenziale tutta votata alla sopravvivenza. In fondo la legge del padre non è di roccia e l'eternamente figlio Pier Paolo ne coglie la friabilità, l'inconcludenza insieme alla capacità di galleggiare.

Pier Paolo Pasolini, partito per il rischio è ora un gigante cieco. Una vittima dell'astuzia disperata di un uomo che, voltandosi, vede un "terrore" insopportabile (Forse un mattino andando in un'aria di vetro,/arida, vedrò compirsi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore di ubriaco//. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto/ alberi case colli per l'inganno consueto./ Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto/ tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto ). Quest'osso famosissimo si pone, forse, come uno dei momenti più alti della poesia novecentesca. E' l'avverarsi delle profezie dei grandi distruttori di certezze: Schopenhauer in testa.

Anche il comunismo cristiano di Pasolini non poggia su fondamenta certe. Ed è il tempo in cui, mentre Eugenio Montale, dà voce ad una profezia di altri, Pier Paolo Pasolini formula la propria profezia: quella dell'uomo dis-umanizzato dal consumo.

Alla Chiesa il poeta chiede la spogliazione, l'intolleranza savonaroliana verso la dittatura del consumismo. Ai laici di non chiamare vittorie le sconfitte, vita la morte: Pasolini si dice traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto: l'aborto è comodo e fascista. Perché -insiste- il nuovo fascismo si chiama consumismo. La vita, dunque, è un prodotto, è vita solo se efficiente e ciò che accade nelle acque materne, la fase pre-natale smarrisce completamente il suo significato. Il matrimonio corrisponde ad un "rito funebre" dove il coito risulta parte di un meccanismo senza più avventura, senza più allegria. Il coito siede sul divano, di fronte al televisore. Beve la birra pubblicizzata, si distrae facilmente.

Il Partito Comunista tace di fronte al totalitarismo consumistico, accoglie l'idea dell'aborto come propria, il colpevole candido grigiore del funzionario comunista ha subito una metamorfosi: il PCI cerca -e troverà- il consenso della piccola borghesia artigiana ed impiegatizia assecondandone i miti. L'Unità diventa un giornale sempre più "leggibile" con pagine sportive, televisione, critica cinematografica e qualche pettegolezzo. Comanda la Democrazia cristiana, il vero potere è suo. Potere trentennale, ereditato naturalmente dal PNF, potere per il potere con l'aggravante dell'abuso della croce e della religione.

Solo l'apparenza è religiosa nella DC: in realtà questo è il Partito dell'inquinamento morale ed ambientale, l'aria distrutta ha perduto le lucciole estive, sacrificate dall'affarismo. Eppure la DC non fu sempre così: benchè legata alla stessa mentalità di un popolo che aveva aderito al fascismo in massa, essa aveva conservato, fino alla fine degli anni '50 un suo carattere rurale, cattolico e sobrio. Il boom economico la travolge e stravolge, il Partito della Sagrestia si muta in quello del Profitto.


Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe…

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so il nome dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del vertice che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi…

Io so i nomi…

Io so i nomi del gruppo dei potenti, che, con l'aiuto della CIA (e in second'ordine dei colonelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l'aiuto e per l'ispirazione della CIA, si sono ricostruiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.


Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali…a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti…e infine a criminali comuni…Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi…

Io so. Ma non ho prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore…Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere…" (Pier Paolo Pasolini, 14 novembre 1974. Il romanzo delle stragi, da Scritti Corsari, Garzanti, Milano, 1975).


Sale in cattedra, il vecchio professorino cinquantaduenne, per una delle sue ultime lezioni. O grida dal deserto. Arrivano alle orecchie di molti le sue parole dure, paradossali e profetiche: a chi entra ed esce dalla Parrocchia, ai giovani dei Circoli ARCI ed ANPI, ai piccolo borghesi, ai padroni, ai contestatori post-sessantottini. Parole che chiedono il processo alla Democrazia Cristiana, ai dirigenti della Democrazia Cristiana: in Tribunale, con Carabinieri e manette. Parole che chiedono l'abolizione della Scuola Media dell'obbligo e della Televisione .

Sempre più eretico, sempre più cristianamente in lotta contro il Male. Comunista e cristiano: dunque doppiamente apocalittico. Il film Salò chiede morte perché tutto finisca, implora l'rruzione del cataclisma nella storia dell'uomo, lo smascheramento, la rovina. Cristianesimo e comunismo hanno come ultimo orizzonte l'esaurimento dell'esperienza storica, non in nome del nulla ma dell'uomo nuovo, risorto.


Susanna è vecchia e Pier Paolo stordisce con il lavoro l'angoscia. Ai ragazzi non crede più. Non ama più il bisogno del loro corpo: rimane il vizio di un froscio disorientato, vizio coriaceo, che lo porta a rischiare, ad essere aggredito, malmenato. Ultimo sfinito amore: Napoli. Dichiara di preferire l'ignoranza e la povertà dei napoletani alle scuole ed al benessere degli italiani.

Come muore un professore froscio, stanco e polemico? Un ex professore ora ricco scrittore e regista cinematografico? Come crepa il figlio del fascista amoroso e delirante Carlo Alberto e della madre-amata Susanna?

Muore, crepa. Nel morire c'è la candela che si consuma, nel crepare la frattura, la crepa, lo schianto improvviso e lo strappo.

Sandro Penna fa tabula rasa di tutte le congetture politiche, delle interpretazioni: al Messaggero dell' 11 novembre 1975 rilascia questa intervista: "Non credo a niente di quanto dicono i giornali. Per me è vera la versione del ragazzo. Meno che Pier Paolo abbia colpito per primo. Non ne sarebbe stato capace. E' stata la sua tipica avventura: voleva i prepotenti e vincerli. Ma per gioco. Solo che il ragazzo l'ha preso sul serio. Dicono che Pasolini avrebbe potuto lasciarlo andare. Ma Pier Paolo non lasciava nessuno sulla strada. Il ragazzo sì, ce l'ha lasciato. Amava i ragazzi più selvatici: spesso mi ripeteva: Attento, Sandro, che loro si credono veri maschi e pensano che soltanto l'omosessuale sia l'invertito. Tu sei più fortunato perché ami le donne: i tuoi ragazzi sono donne ".

Penna, che in povertà morirà di lì a poco anestetizzato da "optalidon" e da ogni tipo di analgesico, considererà fortunato Pier Paolo, scomparso sul limite della decadenza.


I monti illimpiditi, il velenoso

biancore della notte: ma chi dice

la mia gioia se non l'eco svagata?

Mi proviene da secoli lontani

una vita, e ora nella bianca luce

la rinvergina un grido di ragazzo.

(P.P. Pasolini, Poesie disperse, Garzanti, Milano, 1993)


Gianni Priano


| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|