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GIANNI PRIANO

IN GUERRA CON DUECENTO MELE



C'è un bambino che cammina rasentando i muri di una città toscana non particolarmente bella né particolarmente importante. E' il figlio della maestra e sgobba sul libro di lettura e su quello di aritmetica, sgobba per essere il primo della classe. Ma in strada non vale niente, non gli piace il gioco di tirarsi le pietre, divisi per squadre. Se non studia, durante la settimana, suona quel terribile violoncello.

Lo ammazzeresti di botte se non fosse che, con quella faccia, si capisce che le botte uno così se le dà già da solo.

Fino ai tredici anni la mamma lo ha vestito e interrogato mentre lui mangia pane e marmellata di more. La scuola è tutto per la signora Adele, e più tardi, si farà un vanto di averlo seguito fino all'Università. Sempre otto e nove, sulla pagella, a parte il sette di educazione fisica. Questa disciplina - come sappiamo- si carica, nei periodi di autoritarismo, di significati ulteriori: la gara sportiva vinta si chiama onore, il passo tenuto correttamente durante la marcia corrisponde all'appartenenza ad un ordine. Luciano perde le gare e sbaglia il passo: il fascismo non lo riguarda.

Ho conosciuto partigiani che non provarono, durante la dittatura, alcun disagio fisico, anzi furono bravi balilla, precisi, spavaldi. Luciano dentro quella divisa invece fa ridere, le brache gli scivolano via e il sabato è il giorno che odia di più: non c'è Monti tra i professori del liceo classico Ricasoli Carducci di Grosseto, nel 1940, ma insegnanti rassegnati, indifferenti o invasati: a questi ultimi piace la divisa, il mito della Roma Imperiale. Differentemente dalle brache l'aria del liceo gli sta stretta: lui - di indole- è uno che scappa. E' scappato dalla strada, dalle sfide a pietrate buttandosi nello studio: scappa dai professori grigi o neri saltando la frequentazione dell'ultimo anno e sostiene, preparandosi privatamente, gli esami di Stato.

Scappa anche da Grosseto (sarà una prova di fuga) iscrivendosi alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Pisa. I suoi compagni di studio lo ricordano come un ragazzo grande e grosso, impacciato, coltissimo. Uno che a fine mese torna a Grosseto, con la madre che lo aspetta alla stazione e lo tempesta di domande sulla salute, sulle materie, sui professori. E quando riparte lo riempie di roba da mangiare. Carlo Montella, un suo grande amico degli anni pisani ne traccia un profilo che induce alla risata e, non di meno alla compassione: " La sua stanza era una specie di cucina. Una volta tornò con una valigia di cartone piena di mele. Giuro. Saranno state cento, duecento, tutta la stanza piena di mele. Ma siccome la mamma gli aveva raccomandato di mangiare sempre prima le più guaste e lui non voleva disobbedire, passò un mese intero a mangiare solo mele marce. Ecco, così era Luciano"( Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, Baldini & Castoldi, Milano 1993).

Alla risata, all'allegria, quando si parla di Bianciardi segue sempre il groppo in gola, lo stesso groppo da cui partivano le sue risate e le sue allegrie: l'ultimo Bianciardi, quello vagante sul set de Il merlo maschio , commediola erotica di Pasquale Festa Campanile ispirata ad un suo racconto intitolato Il complesso di Loth, non ha più nè groppo in gola né allegrie e risate da spendere. Le mele marce sono finite da tempo, Lando Buzzanca e Laura Antonelli vedono un omone solitario che beve una quantità incredibile di alcolici ma che mantiene lucidità, controllo.

Ma prima di arrivare qui, alla deriva, Bianciardi ha veleggiato. Molto prima di arrivare qui, senza mele nelle tasche del cappotto, è la cartolina per il militare che arriva. La divisa Bianciardi la porta male, come male ha sempre portato e porterà qualsiasi vestito, ma la mitologia garibaldina impartitagli dal padre e radicalmente condivisa lo tiene in piedi. Al corso allievi ufficiali si ritrova di fronte la ginnastica: nel salto a pesce la prima volta cade picchiando di testa. Ci scherza sopra.

Il mestiere delle armi lo spinge violentemente fuori dall' idea romantica di poter sognare e fingere di essere uno dei Mille e davanti ai morti bruciati e dilaniati nel bombardamento di Foggia un caporale dà l'attenti, qualche soldato si fa il segno della croce ma non lui perché, dirà, non è morte consacrata, quella, ma distruzione del corpo dell'uomo e dell'idea di uomo.

Dopo l' otto settembre lo sbandato Bianciardi si imbatte in un reparto di militari inglesi. Sa un po' di inglese e diventa interprete dell'esercito alleato.

Finita la guerra, grazie a quell'inglese, farà, per un certo periodo, il professore (dopo essersi laureato rapidamente con una smilza tesi su Dewey) alle Scuole Medie.

Ha sposato Adria, figlia di un operaio comunista ucciso dai fascisti, una ragazza semplice (così la presentano le testimonianze) e qualcuno - madre in testa- pensa che non faccia per lui. Ma a Luciano Adria piace e poi con le donne mica devi per forza parlare di Kant.

Dalle Medie passa ai Licei: prima ad Orbetello e, poi, a Grosseto. Insegna Storia e Filosofia. E' un professore speciale, i ragazzi vedono in lui un "divo", un raccontatore che parla chiaro, senza enfasi ma con passione. Lui sa benissimo che quel lavoro (come molti lavori, ma soprattutto quello) non si impara altrimenti che facendolo. Ci si improvvisa insegnanti: si va ad insegnare come si va al cinema. Si entra, ci si siede e si guarda cosa succede. Un piccolo particolare, un battito di ciglia, un alunno che guarda dalla finestra e da lì parte la lezione. Da uno spunto vitale, dalla voglia di dire di sé incomincia una buona lezione su Parmenide. Certo, ci sono i voti e anche, qualche volta, i pugni sulla cattedra ma l'importante è che prevalga, sempre, l'istrionismo. Questo è, per Bianciardi, il mestiere, un mestiere che lui stesso definirà tra i più difficili.

Un mestiere così non c'è Corso che lo possa inquadrare, non c'è potere che riesca completamente a metterlo a tacere. Il Corso si fa per chi non ha niente da dire, ossia per chi ha sbagliato lavoro. O per chi organizza il Corso, per i professori dei professori, esperti di relazioni umane, gente che neppure sa trattare con il proprio vicino di casa ma che viene ad impartire precetti, giochini, paroloni e parolette a chi potrebbe fargli, lui sì, un'ampia lezione sul ruolo dei cani da guardia del sistema. Sul fatto che un buon professore spiega Sant'Agostino da buon professore ed un cattivo professore è irredimibile, un Corso non può insegnargli nulla, se non l'appiattimento, lo schema, la tristezza. I cani da guardia del sistema sono i corsaioli pagati per indicare e proporre percorsi educativi ma soprattutto per tentare di trasformare i cani sciolti in altrettanti cani da guardia, disponibili a leccare la mano di chi gli dà l'osso.

L'osso Bianciardi o lo strappa via o lo lascia dove sta.

" Un giorno Marcello tornò a casa infuriato. Il preside lo aveva fatto chiamare e gli aveva detto, con parole cortesi, per la verità, che qualcuno si era lagnato, perché durante le lezioni aveva fatto discorsi di politica. Lui, il preside, per carità, non ci credeva, forse era solo una maldicenza interessata. Era sicuro che da Marcello, dal professor Bianchi, non ci si poteva attendere che un comportamento serio; diamine, era stato educato in quella stessa scuola, e tutti lo ricordavano studioso e serissimo. Un buon insegnante, certo, sul quale non c'è proprio nulla da ridire, ma insomma, anche tenendo conto delle sue idee - anche di prima -, per esempio di quando scrisse quel famigerato tema di italiano, forse qualcuno aveva potuto immaginare che durante la lezione gli fosse venuto fatto di sfiorare, solo così per caso, la politica.

"Ora lei sa, professore," concluse il preside, "lei sa meglio di me in che tempi viviamo, che tipo di gente ci comanda; ed allora le raccomando di attenersi sempre, rigidamente, ai programmi ministeriali".

Marcello aveva risposto asciutto di sì, che non avrebbe mai detto una parola in più del programma, e che del resto aveva sempre fatto in quel modo. Quanto a quella gente che si era presa la briga di disturbare il signor preside, stesse pure tranquilla. A darle fastidio potevano bastare Locke, e Rousseau, e Vico, e Kant."

" Capisci?" diceva alla moglie, "lui, proprio lui ha il coraggio di farmi queste prediche. Non se lo ricorda, lui, di quando veniva a scuola vestito d'orbace, di quando ci dettava le frasi del duce? Ora fa la predica: viviamo in tempi difficili, lei sa meglio di me che gente ci comanda! Bell'ipocrita: e quando comandavano i fascisti, lui cosa ha fatto per mandarli via?" ( L. Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 1957).


I presidi. Cosa spinge un professore a diventare preside? Chi di noi insegnanti non si è mai fatto questa domanda? Caporale lo diventi perché sei dentro ad un meccanismo, ma preside? C'è un atto di volontà che ti porta a dirigere quelli che erano i tuoi colleghi, quelli che sarebbero i tuoi colleghi. Un preside ama il richiamo, la minaccia, il disordine da convertire in ordine, la scuola, ma raramente chi ci lavora dentro. Il preside esegue gli ordini del Ministero, magari manifestando un pavido dissenso -a volte- ma più spesso adeguandosi, aderendo e del Ministero diventa la longa manus. Il preside migliore da me conosciuto era uno che prendeva le pastiglie per dormire la sera e le pastiglie per stare sveglio il mattino.


La risposta di Marcello è velenosa, puntuta. Non sono necessari Gramsci e Gobetti per infastidire i reazionari: bastano il relativismo tollerante di Locke, i problemi della pedagogia di Rousseau, i corsi e ricorsi di Vico, l'uomo come fine di Kant. Bastano e avanzano per scompigliare la tranquillità pasciuta delle coscienze.

Il preside non capisce: attenersi al programma per lui significa neutralizzarlo. Farne un depliant. La lingua dell'insegnante libero batte ostinatamente sul dente che duole; il programma dovrebbe levare il dolore, devitalizzare, estrarre e sostituire il dente vero e urlante con il dente finto. Il preside, qualsiasi preside, è intimamente fascista. O stalinista, se preferite.

Marcello si sfoga con la moglie che lo lascia sfogare per poi gettargli in faccia tutta la ragionevolezza di cui è capace: "Pensa alla famiglia. Mica ti dico di rinunciare alle tue idee. Tientele per te, non andare a dirle a nessuno; poi alle elezioni, dove il voto è segreto, chi ti impedisce di votare per chi ti pare?".

Marcello aveva tentato di farle capire che "le idee sono tali in quanto tu puoi comunicarle agli altri, che se le tieni per te non servono a nulla, anzi, non sono nemmeno idee" (Il lavoro culturale, ibidem).

Alla morte quotidiana, al lento suicidio di ogni giorno, si contrappone, qui, la fedeltà a bandiere e ad umori che impegnano una vita e la rendono autentica. La fedeltà al non avere bandiere, specie se utili. Le elezioni si specchiano in questa morte, nella loro perenne necrosi liberano il cervello dal peso di un'azione continua: esse sono, paradossalmente, fasciste. Nonostante i molti partiti che colorano la scheda. Parlano, le elezioni, con la bocca della ragionevolezza che consegna le idee ad un iperuranio da non prendere troppo sul serio. Tacere, obbedire: e poi mettere una croce sulla rivoluzione, sulla libertà, sull'uguaglianza.

Marcello è un supplente che ogni anno vive il tormento dell'assegnazione del posto, la nevrosi delle graduatorie: " Uomini di quarant'anni, con moglie e figli grandi, non erano ancora entrati in ruolo, anche perché il ministero bandiva i concorsi a ogni morte di papa, ed offriva settecento posti a ventimila candidati. Gli altri diciannovemila dovevano continuare a cercarsi il lavoro stagione per stagione".


Non guarda altrove, Luciano Bianciardi, quando abbandona la scuola (ma attenzione, c'è sempre una madre- maestra a marcarlo stretto, nell'oscurità interiore, ci sono sempre presidi da disprezzare).

Bianciardi bibliotecario, nonostante la strutturale incapacità organizzativa che gli appartiene, sfida l'Italietta. A modo suo. Con un furgoncino, il bibliobus, gira per le campagne toscane, impresta libri a chi gli capita sotto mano. Non compila schede, troppo difficile e noioso, preferisce fidarsi. E se qualcuno un libro se lo ruba, niente di male. Un uomo che ruba un libro non fa peccato. Quel lavoro gli piace, incontra le persone, parla semplicemente con loro. Gli piace quel lavoro: quasi quanto starsene a fare niente o a leggere o uscire la sera con gli amici. E collaborare con i giornali locali. Sfotte, nei suoi articoli, la borghesia democristiana, spara a zero sugli anticomunisti viscerali, lui che comunista non è. Spara a zero, nei suoi articoli, anche sulla moglie che vorrebbe vederlo vestito bene, accettato da tutti, vincente, con lei sotto braccio, sul Corso o invitati a cena dall'avvocato, dal medico.

Si rivolta contro la sua stessa vita. Ed è una rivolta che in parte gratifica, per adesso. Belfagor e l'Avanti lo ospitano e lo pagano.

E' ancora professore Bianciardi, senza cattedra, con molte cattedre. Educatore, fustigatore: inquieto. Aspetta che succeda qualcosa.

E qualcosa succede. A lui ed all'amico Carlo Cassola che aderiscono entrambi ad Unità popolare, movimento che raccoglie il primato dell'etica, la spinta verso una modernizzazione non gestita dal capitalismo, l'opposizione alla "legge truffa". Carlo e Luciano girano in lungo e in largo a fare comizi: Cassola urla a squarciagola, Bianciardi infila nei discorsi battute e ironia che non bastano, però, a vincere le elezioni.

Ribolla, nel grossetano, è una miniera di lignite che la Montecatini ha intenzione di chiudere e, nello stesso tempo, di supersfruttare imponendo ai lavoratori tecniche rischiose. Bianciardi e Cassola conducono un'inchiesta giornalistica a puntate sui minatori maremmani, ci parlano, discutono con loro. Con molti minatori si instaurano rapporti di amicizia. Viene fuori il racconto delle loro vite, la durezza del mestiere.

Il 4 maggio 1954 Ribolla salta in aria per un'esplosione di grisù. Gli ingegneri della Montecatini avevano spronato, nonostante il blocco del sistema di ventilazione durato due giorni, i minatori a scendere garantendo la totale sicurezza della miniera. Lo scoppio uccide quarantatrè lavoratori.

Ci sono libri che cambiano la vita e libri che si scrivono perché una vita è cambiata. L'aria di Grosseto per Luciano Bianciardi si fa respingente. E Luciano accetta l'impiego alla Feltrinelli di Milano. Lo fa contro tutto e tutti, lo fa per sé (forse) e per Maria, la donna bella, colta e politicamente impegnata che già frequenta da qualche tempo, parte con il treno e le valigie, le raccomandazioni della madre, si stacca da Grosseto in maniera pasticciata, lasciando moglie e figlio, tornando a Grosseto-Kansans City e promettendo alla moglie il trasferimento di tutta la famiglia nella grande città: lei ed Ettore, il loro bambino, avranno una bella casa e tante cose da fare e da vedere. Ma ci vuole un po' di tempo, un po' di pazienza. E intanto Adria è di nuovo incinta, di Luciana. Alla moglie promette, a Maria chiede di raggiungerlo a Milano, di andare da lui. Gli amici, e tra loro Cassola, gli perdonano tutto ,anzi, apprezzano tutto ma non questo doppio gioco, questa mancata chiarezza con Adria che un giorno arriverà a Milano e prenderà atto, brutalmente, del tradimento.


Tradimento di Kansas City, anche. O forse no. Forse redenzione di una Kansans City che lui si porta addosso, inadeguata e goffa come lui che ha la faccia spaurita della scuola e del militare, le scarpe grosse e quell'incapacità di vestire bene anche le rare volte in cui è vestito bene. E poi c'è il Torracchione e la fantasia di distruggerlo, di vendicare così i suoi minatori, assassinati dalla Montecatini, dall'ideologia del profitto. Lui lo fotografa così: " il torracchione di vetro e di alluminio…Di solito non ci badi anche perché i palazzi attorno gli vogliono assomigliare" (L. Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, Milano 1962). E siamo solo all'inizio: parlerò- io che nel 1962 sono nato- quarant'anni dopo con giovani architetti che giustificheranno tutto: il torracchione, i torracchioni, la cementificazione, i ghetti. Addirittura di questi ghetti verrà esaltato il "panorama". Dalle alture genovesi, per esempio, si vede il mare. Una collina di cemento per i poveri che possono, così, guardare il mare. Se poni dubbi o aggredisci (ma non è un'aggressione giustificare un ghetto?) ti senti dire che il giudizio è tecnico ed estetico. Come se tecnica ed estetica non fossero cose umane, non riguardassero gli uomini, il loro stare bene o stare male. Dal punto di vista tecnico ed estetico anche i campi di sterminio nazisti sono perfetti. Ma queste cose non le puoi dire, perché tutti ragionano e nessuno pensa. Ragionano a compartimenti stagni, eseguono un compito. Tocca poi ad un altro condurre la gente nelle camere a gas. E quest' altro non è che un esecutore, un ragionatore che si chiede: meglio se li faccio marciare in fila per due o in fila per uno? E questo esecutore, giocando un poco con la cronologia, state pur certi che ha fatto il servizio civile in Croce Rossa o alla Caritas o alla Lipu. Ma quello era un altro compito, un altro compartimento, un altro discorso. L'efficientismo ti ordina questo: di non mescolare i discorsi. Di stare al passo. Se un insegnante si alza dalla sua seggiola, nel bel mezzo di un Collegio docenti, e cita Dante, Dostoevskij o Francesco d'Assisi lo guardano, i colleghi, come fosse matto. Il preside dichiara secco che: "non è questo l'ambito". Già, dimenticavo, siamo a scuola.

Un po' di presunzione ingegneresca, un po' di ottimistica ignoranza, un po' di efficientismo ed ecco Ribolla con i suoi quarantatrè morti.

"Rimasi quattro giorni nella piana sotto Montemassi, dallo scoppio fino ai funerali, e li vidi tirare su quarantatrè morti, tanti fagotti dentro una coperta militare. Li portavano all'autorimessa per ricomporli e incassarli, mentre il procuratore della repubblica accertava che fossero morti davvero…cresceva la fila delle bare sotto il palcoscenico, ciascuna con sopra l'elmetto di materia plastica, e in fondo le bandiere rosse. Venivano a vederli da tutte le parti d'Italia. Giornalisti con la camicia a scacchi, il berrettino e la pipetta, critici d'arte, sindacalisti, monsignor vescovo, un paio di ministri che però furono buttati fuori in malo modo. Venne il povero Di Vittorio a raccomandare calma e moderazione…E quando le bare furono sottoterra, alla spicciolata se ne andarono via tutti, col caldo e col polverone di tante macchine sugli sterrati. Io mi ritrovai solo sugli scalini dello spaccio, che aveva già chiuso, e mi sembrò impossibile che fosse finita, che non ci fosse più niente da fare. Nella bacheca al cancello stava scritto che alle famiglie delle vittime il ministero offriva contribuzioni straordinarie e immediate varianti dalle 60 alle 100 mila lire, oltre il normale trattamento previdenziale previsto dall' Inail. La direzione offriva assegni assistenziali di 500 mila lire e di un milione, secondo i relativi carichi famigliari. A conti fatti ci scapitava una ventina di milioni. Ma in compenso poteva chiudere subito la miniera" (La vita agra).

Allora Bianciardi se lo guarda ogni giorno "il torracchione di vetro e cemento" e si chiede dove potevano aver messo, in quale ufficio, le pratiche degli assegni assistenziali e in quale angolo "inserire un tubo flessibile ma resistente per poi farci affluire il metano, tanto metano da saturare tutto il torracchione; metano miscellato con aria in proporzioni fra il sei e il sedici per cento. Tanto ce ne vuole perché diventi grisù, un miscuglio gassoso esplosivo se lo inneschi a contatto con qualsiasi sorgente di calore superiore ai seicento gradi centigradi" (La vita agra). Dinamitardo, come erano dinamitardi Locke, Rousseau, Vico e Kant spiegati a scuola, rinfrescati dal pensiero che li fa muovere, respirare, domandare. Dinamitardo come il bibliobus e la raccomandazione a chi lo accompagnava: "mi raccomando, andiamo ad occhio". Che significava non compilare le schede, fidarsi delle persone, non fare troppo caso a un libro non restituito. Andare ad occhio: la demolizione delle trafile burocratiche, della parte cadaverica insita nel lavoro. Eliminare le schede, le catalogazioni e avere più tempo per il tempo della vita.

Follia. Utopia. Come non fosse follia e utopia pensare che un uomo ancora degno di questo nome possa accettare passivamente il fatto che: "Alle cinque cominciano ad entrare i primi treni in stazione, e a buttar giù battaglioni di gente grigia, con gli occhi gonfi, in marcia spalla spalla verso il tram, che li scarica dall'altro capo della città dove sono le fabbriche…sfilano a passi lesti…non puoi fermarne uno, chiedergli come si chiama, che cosa fa, se è vero che…E anche più fretta hanno la sera perché c'è la paura di perdere il treno" (La vita agra).

Il sonno uccide l'amore, il sesso. "Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa, e meccanica, di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell'evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all'attivismo vacuo. Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all'infinito" (La vita agra).

Bianciardi nega che parlare del coito e del sesso in modo diverso sia "educazione sessuale". Occorre diffidare non già della parola educazione ma dell'abbinamento di questo termine con altri. Diffidare, pedagogicamente, di ogni educazione a qualcosa.

Molti colleghi insegnanti "progressisti" l'hanno invocata senza comprendere (o forse comprendendolo anche troppo) che l'educazione alla sessualità è una forma di controllo, una precettistica igienista e moraleggiante dove vince l'ideologia dominante. Dove il pene e la vagina vengono razionalizzati, catalogati. Chiamati con i loro nomi "scientifici" gli organi riproduttivi perdono la loro originaria aura e così anche gli atti del sesso. Ci sono parole e parolacce e c'è un sistema che traccia una linea tra le une e le altre. Oggi, per esempio, si può dire minchia in televisione nell'ambito di uno spettacolo satirico, comico. Satira e comicità esorcizzano la parola. Ma nessun conduttore televisivo può permettersi di parlare di minchia nell'illustrare il tema dell'impotenza, del priapismo o dell'AIDS.

Allora la sessualità educata, come i bambini bene educati che non si alzano da tavola prima che sia finito il pranzo, è gelida, enciclopedica, fasulla e inautentica. Non libera ma sfoga perché, alla fine delle parole dotte del vocabolario, si riduce al coito.

Luciano Bianciardi non parla di "educazione sessuale" ma di "predicazione sessuale". La "predicazione sessuale" non ha aule, manuali ma può svolgersi nell'agorà, liberamente, gratuitamente. La "predicazione sessuale" annuncia che: "il coito veridico non è spinta ad alcunchè, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie". Il coito veridico non è funzionale al sistema, non è la pratica del sabato sera che rende questo giorno l'unico giorno sensato della settimana per cui chi produce salta di sabato in sabato per smaltire parte dell'alienazione accumulata sul posto di lavoro. Ci si ricorda del sabato nei momenti più difficili, come ci si ricorda delle vacanze. Ci si uccide per giorni e mesi spinti dal sabato, dalle vacanze e dal coito che ci attendono.

Se si avverasse la semplice utopia bianciardiana "finirebbe la civiltà moderna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l'unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l'insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l'auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori…Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità d'incastro realizzabili tra uomo e donna, ed inventarne ancora…questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità di sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre) lungi dalle tentazioni terrene" (La vita agra).

Nel proclama di Bianciardi trabocca l'ironia. Sembra un proclama per ma al solito è un proclama contro.

Contro il torracchione e l'industria culturale in cui vive e lavora malvolentieri. Nonostante qualche collega gli voglia davvero bene, in testa a tutti Carlo Ripa di Meana, a cui La vita agra è dedicata. Nel libro di Pino Corrias compare una sua testimonianza accorata:" Ripensarlo oggi fa impressione, non ci sono più degli arrabbiati così veri, che si incazzano perché non sopportano il suono falso delle parole. Che non sopportano certi atteggiamenti di piccolo carrierismo…Bè, lui li mandava a cagare, anziché ignorarli, li pizzicava, li sfotteva e poi proprio li mandava a cagare" (P. Corrias, Vita agra di un anarchico, ibidem).

Ai tempi delle miniere maremmane, di Kansans City e di Unità popolare Bianciardi e tanti della sua generazione risolvevano il dualismo città/campagna parteggiando fortemente per la prima, quindi per l'avanzamento della città operante, portatrice del nuovo. La città dilagante avrebbe dovuto eliminare i residui dei rapporti feudali, il clericalismo ed in essa il lavoratore avrebbe assunto un ruolo fondamentale e prestigioso. Non solo, dunque, più pane per tutti ma l'affermazione della giustizia sociale e della dignità dell'individuo. Non andò così: la città era avanzata pari pari con il capitalismo e quindi con il sopruso e con l'alienazione. Non restava che rimpiangere la provincia e le campagne circostanti magari convertendole, nel sogno politico, in una sorta di eden recuperato, senza servi e padroni, senza Dio.

La città è invece svegliarsi presto al mattino e prendere il tram: "Ogni mattina la gita in tram è un viaggio in compagnia di estranei che non si parlano, anzi di nemici che si odiano. C'è un cartello che vieta la discussione col personale, e minaccia l'articolo 344 del codice contro l'ingiuria nei suoi confronti. Così la gente subisce spaurita i rabbuffi gutturali del bigliettaio, che sollecita continuo e insistente di andare avanti, come facevano un tempo le zie dei casini…Il conducente siede cupo e serio…il bigliettaio sta dietro…La gente li rispetta e li odia, del resto odia tutto il suo prossimo" (La vita agra) .

Vince sul tram come negli uffici e nei corridoi della industria culturale chi si muove con disinvoltura, chi avanza senza l'aria di avere spinto. Bianciardi non ce la fa: il suo corpo infagottato, le sue scarpe grosse non riescono ad avanzare: "No, hanno ragione quelli che dicono che io sono rozzo, che non mi so muovere. E' vero, io non so nemmeno camminare, e una volta mi arrestarono per strada, soltanto perché non so camminare. E poi mi licenziarono, per lo stesso motivo. Così come licenziarono Carlo, mio nobile amico e vero signore, soltanto perché, dicevano gli altri, gli attivisti, non sapeva parlare, era lento di pronuncia e rallentava il ritmo di tutta la produzione. Io non cammino, non marcio: strascico i piedi, io, mi fermo per strada, addirittura torno indietro, guardo in qua, guardo in là, anche quando non c'è da traversare. Sorpreso in atteggiamento sospetto, diceva appunto al telefono quel maresciallo del buon costume, dopo che mi ebbe fermato, caricato sul furgone nero e portato in questura…E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra i piedi, e ribatterli sull'impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dietro" (La vita agra).

Questo valeva per l'Italia degli ultimi anni Cinquanta e vale ora, di più forse, nell'era telematica, che corre velocissima e ti fa mordere la polvere. Ora non solo i centri commerciali, gli ipermercati (che allora non esistevano) si fanno guerra tra loro ma anche gli enti caritativi, le scuole, le case di accoglienza per handicappati. E tutto il privato sociale: ossia quell'ambito improduttivo che eroga servizi succhiando voracemente finanziamenti da ciò che resta dello Stato ovvero del pubblico - pubblico. Sembra impossibile: a distanza di tanti anni (mezzo secolo e più) conta ancora - e di più- non strascicare i piedi, non muoversi piano, non guardarsi attorno. Da piccolo maestre e mamme ti ingiungono: guardati in giro! Da uomo le mogli ti riprendono: perché ti guardi sempre in giro, sembri peggio di quello che sei. Impossibile, ma è così: staccare i piedi da terra, batterli sull'impiantito, scattare e "fare polvere, una nube di polvere…e poi nascondercisi dietro". Se guardi al bar la faccia di uno può succedere che questo si risenta e senza dirtelo ti dica: "cosa c'è da guardare?". Ma chi non desidera essere guardato in faccia perché non esce con il passamontagna? La critica al cellulare si limita a questioni di bon ton non all'orrore dell'essere continuamente rintracciabili, colpevolmente non rintracciati. Così bisogna battere forte i piedi sull'impiantito anche nel fine settimana, in vacanza. Essere a disposizione della produzione produttiva e di quella improduttiva, a disposizione o, meglio, disponibili. La disponibilità a lavorare o a fingere di lavorare sempre di più, in ogni momento diventa un valore. Lo stesso cellulare, l'ho sentito con le mie orecchie, "è un dovere sociale". E se il dovere sociale fosse fare saltare i toracchioni dei cellulari? Infilare un tubo, saturare di metano, finchè non diventi grisù e attendere l'esplosione?

Anche ai tempi del Bianciardi impiegato in Feltrinelli si poneva il problema della valutazione del "terziario": "Come si può valutare un prete…un pubblicitario? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio, di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere…Sei diventato vescovo? No? Allora vatti a riporre…il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere…Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario o quartario, che…non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere"(La vita agra).

"Questi" direbbe uno scrittore mio conterraneo molto disponibile" erano gli anni Cinquanta". E questo è il Duemila e rotti.

Nelle scuole ci si affanna per ottenere il certificato di qualità, il bollino blu delle banane, e siccome l'insegnante è come il prete e la scuola come la parrocchia su cosa vieni valutato? Sul numero di verifiche fatte, sui registri tenuti in buon ordine, sulla nube di polvere sollevata iscrivendoti a Corsi o gestendoli tu stesso. Un ispettore digiuno finanche di grammatica valuterà l'operato tuo e della scuola: questo ispettore agisce su richiesta della scuola stessa, del preside e di un Collegio dei docenti messo a tacere minacciando un'altra riunione, e poi un'altra ancora. Ci sono tre tipi di professori: quelli che aderiscono sempre alle proposte della presidenza perché - dicono loro- qualcosa di buono c'è. Quelli che si scaricano la coscienza opponendosi e godendo narcisisticamente o rabbiosamente dell'appartenenza ad una minoranza di irriducibili. E quelli che hanno votato a favore, perché tanto è tutta una pagliacciata (e tra questi trovi i cosiddetti qualunquisti - che io mi guardo bene dal disprezzare: c'è un'intelligenza, nel qualunquismo che i sempre entusiasti dovrebbero imparare- i disattenti che hanno pensato ai casi loro o chiacchierato con il vicino tutto il tempo mostrando saggezza e capacità di cogliere la sostanza aerea del dibattito e i rivoluzionari potenziali che aspettano tempi migliori). "Pagliacciata è termine troppo retrò" obbietta il mio vicino di seggiola. "Come la chiamiamo, allora?". Ci guardiamo divertiti e disperati e poi, all'unisono : "merdata".

Feltrinelli, per Luciano Bianciardi, diventa presto uno dei tanti che fanno scena nella "giungla merdosa" (P. Corrias, Vita agra di un anarchico, ibidem), "Feltrinelli detto il giaguaro: ventotto anni, occhiali, baffi, alto e robusto, ignorante come un tacco di frate…" (P. Corrias, Vita agra di un anarchico, ibidem).

Bianciardi detesta tutto ma, probabilmente, non vuole male a nessuno. Detesta il padrone editore velleitario, i suoi portaborse, le segretarie: "Ho visto segretarie rischiare di sgravarsi in ufficio, allo scoccare del nono mese, solo perché non volevano mollare il marcamento, divellersi dalla scrivania, staccare la zampetta dal ricevitore…I grossi dirigenti hanno almeno due segretarie generali, ciascuna delle quali mette poi al mondo per partenogenesi due segretariette più piccine" (La vita agra).

Così per dissapori con "il giaguaro", per incapacità di organizzare e di essere organizzato, per amore di libertà Bianciardi lascia la casa editrice e diventa - insieme alla compagna Maria- traduttore a casa (in affitto). Lavoro di braccia e di testa, lavoro da meccanico con una macchina da scrivere che offre pochissime soste. Si può amare un lavoro pesante? Sì se ti toglie dai piedi la burocrazia, se ti consente di mangiare, se ti evita rapporti troppo frequenti con padrone, colleghi, segretarie. Tu fai la tua traduzione, la consegni e ti pagano. Più sei veloce più ti pagano, più ti pagano più puoi aggiungere alla pastasciutta, alla fettina, al vino alla grappa e alle sigarette il cinema, un'ora in più di sonno; per un giorno.

" In una città come questa, cioè piena di gente terziaria e quartaria, col mercato comune in vista e il miracolo economico in prospettiva, c'era molto da tradurre in materia aziendale, specialmente testi chiamati operativi, e siccome c'era molta fretta, si contentavano anche di me, senza badare troppo agli apostrofi e alle rime in ato ato, ente ente e zione zione. Anzi, le rime erano auspicate come segno di scientificità del testo. Si peritano forse gli americani di mettere tre tion in un rigo solo?". Lavoro da meccanico, abbiamo detto, alienato e alienante ma più vero, più schietto dei mascheramenti che gli uffici dei vari torracchioni ti impongono. Il traduttore assomiglia all'insegnante privato, quello che dà le ripetizioni, dieci alunni al giorno. Un'ora l'uno, tariffa media se vengono loro da te, alta se vai tu da loro. Si possono fare i soldi: ma senza garanzie. In estate e nelle vacanze di Natale e di Pasqua cinque la mattina e cinque il pomeriggio, negli altri periodi dell'anno, cominciando all'una del pomeriggio si può andare avanti fino alle undici di sera. Niente presidi, niente collegi docenti, consigli di classe, scrutini, esami, progetti, polvere negli occhi. Tu, il testo, l'alunno. Tutta la settimana inclusi il sabato e la domenica mattina.

"Riuscivamo a fare anche quindici, anche venti cartelle al giorno. Due a Mara (Adria), una al padrone di casa, una per luce-gas-telefono-pane e latte, un'altra per le rate dei mobili e dei vestiti, due per il companatico e le sigarette. E senza il bisogno di prendere il tram, senza bisogno di tenere rapporti col prossimo, tranne che a fine mese per la consegna del lavoro. Potevamo starcene tranquilli in casa nostra, lavorare dalla mattina alla sera, in buona armonia, senza timore di licenziamenti, né di segretarie attiviste, né di dirigenti in ascesa. Così mi ripeteva Anna (Maria)" (La vita agra).

Non ci sono, però, solo i molti testi aziendali che attendono di essere convertiti, c'è il Marx giovane e il Lenin dei "Taccuini", e un mucchio di letteratura inglese, irlandese, americana: facce, gruppi, gambe, ventri; e tutti parlano. Da Dublino a San Francisco, da San Francisco a Londra : "ciascuno di costoro m' ha portato via un pezzo di fegato, e tutti insieme mi hanno dannato l'anima, mi hanno stravolto persino l'infanzia. Quando non riesco a prendere sonno penso alle mie vacanze, bambino, su a Street-rock, o nei prati attorno a Plaicastle, a St. Flower, ad Archback, a Chestnutplain. Ripenso ai lunghi viaggi sulle strade verso Downland, Hazely…" (La vita agra).

Gli amici raccontano che alla sera arrivava al bar, si piantava su una sedia giù in fondo, borse da non crederci sotto gli occhi e nella mano il bicchiere di grappa. Questo nelle giornate -che non erano poche- di buonumore nelle altre, invece, lo sguardo diventava duro, aggressivo e di grappe non ne beveva una sola. Però ecco l'arrivo improvviso di Maria, di Dondero e il buonumore torna e allora insieme a due o tre pittori abituali del Giamaica vanno a mangiare dalle sorelle Pirovini dove si paga poco, si mangia male e l'ambiente è accogliente ma bisogna sapersi accontentare. Poi ci sono altre trattorie o latterie, sempre a buon prezzo, finchè non trovi lo scarafaggio annegato nell'olio dell'insalata, un odore troppo forte di topicida che impregna anche il ragù o la cuoca con una spaventosa, squamosa dermatite alle mani. E allora si cambia, si cerca la trattoria giusta e si ride di tutte le altre finchè non viene il momento di ridere anche di quella.

Sotto i tasti di Luciano e Maria sfilano Saul Bellow, John Steimbeck, Aldous Huxley, Jack Kerouac. E poi c'è la pubblicazione de Il lavoro culurale che vende poco, all'inizio, ma quei radi acquirenti intuiscono di trovarsi davanti qualcosa che parla anche di loro, di illusioni giovanili e dolori più adulti, di amarezza ma senza mollare la presa ironica, sottilmente sarcastica.

Migliorano le condizioni economiche, la Einaudi gli paga molto bene le traduzioni, lui scrive e pubblica un secondo libro (L'integrazione) Intanto Luciano e Maria hanno cambiato casa, una casa grande questa volta, borghese, pronta ad accogliere un bambino che nasce tra le angosce di Luciano e la determinazione di Maria. Marcello. Marcellino. Un nome ricorrente negli scritti bianciardiani e che assume il cognome materno: Jatosti. Quanti figli ha Luciano? Non tanti, si contano in fretta. Ma quanti padri è, lui? Che padre è? Con Marcellino neonato un padre nervoso, il pianto lo infastidisce, lo disturba nelle traduzioni con cui campa e mantiene due famiglie. Con Ettore e Luciana un padre assente, un non- padre. L'inaffidabile, il vigliacco, il traditore.

Intanto qualcuno comincia a morirgli intorno, qualcuno che conosce e molti che non sa chi siano. Tutti perdenti, però. Fratelli suoi.

"Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo…vedi quelli come te ridursi a gusci opachi…e teniamoci alla larga perché questo ormai puzza di cadavere e ci si potrebbe contaminare…altre persone…restano vive, ma fingono che non sia successo niente…E' aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite…il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram…l'età media, la statura media…tutto quello che c'è di medio è aumentato…E quelli che lo negano propongono anche loro però di fare aumentare...Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi…A tutti. Purchè lavorino, purchè siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi dalla mattina alla sera. Io mi oppongo".

Questa mattina, 18 gennaio 2003, ho interrogato un grappolo di alunni. Ad uno di loro, mentre mi parlava stentatamente dei mezzi di comunicazione e della pubblicità, ho chiesto: "ma tu quante televisioni hai in casa?". Il ragazzo è sobrio, timidissimo e sobriamente, timidissimamente mi ha risposto: "quattro". Non ho battuto ciglio, solo gli ho detto: "quanti siete in famiglia?" e lui: "tre".

Mi stupisce sempre quanto i cervelli nervosi, triturati da violenti sensi di colpa e da colpe oggettive, punti dalla noia e dal terrore del vuoto, ripieni di rabbia pura riescano ad essere sempre più profetici delle menti gelide, asciutte. Come se la ragione che entra ed esce dai frigoriferi non possa penetrare ciò che penetra, rompe e rivela l'incandescenza di un pensare mai arreso alla logica "media". Un pensiero che brucia e illumina, un falò: e i nomi, i volti sono tanti. Ognuno diverso, con un tic solo suo.

Bianciardi, così burrascoso e così debole, vede lontano. Certo, parte da un male già assodato, dal connubio necroforo di capitalismo e consumismo. Lui sa già che la bottega del fornaio non la chiuderà il comunismo ma l'ipermercato: e sa che nella civiltà massificata si realizzerà la terribile uguaglianza (o, più esattamente, uguagliamento) prospettato da Orwell. Ma la ghigliottina in piazza, la dittatura che ci omologa gli uni agli altri non è il soviet. Non viene da un proletariato con martello e falce in pugno ma dalla morbida e democratica accettazione del "così è". Perché l'uomo ha bisogno di ridere, quando non lavora. Ridere, entro certi limiti, anche di sé. Anche prendersi beatamente in giro, pur richiedendo un minimo di intelligenza, risulta, alla fine, consolatorio. Ridere e telefonare con arnesi minuscoli che non sono più piccoli telefoni ambulanti ma rubriche, musica, giochi distensivi, animaletti disanimati che fanno compagnia, radiosveglie. Aspetto il ragazzo che scaraventerà un così terribile arnese contro il muro. Non un ragazzo anticonformista in principio o per principio ma uno cosiddetto normale, medio appunto, di poche letture, soltanto un poco lievemente disorientato senza sapere perché. Aspetto che a questo ragazzo si accenda una luce dentro e che compia l'atto. Non racconto (non ho raccontato fino ad ora) a nessuno questa mia attesa, questa speranza in un giovane messia nei panni di Giambattista Perasso, detto Balilla che innescò, secoli fa, una sommossa popolare, a Genova, con il solo lancio di una pietra. Le pietre rompono le teste, rompono le cose: una pietra è sempre dalla parte di un torto troppo facilmente definibile come tale. Scagliare un cellulare in miniatura, pagato con le proprie tasche, vuol dire rompere ciò che si ha in mano, ciò che ci appartiene. Un pezzo di noi che non vogliamo più.

Perché come Bianciardi: "Quassù" non siamo venuti, io e voi, "per far crescere le medie e i bisogni, ma per distruggere il torracchione di vetro e cemento, con tutte le relazioni che ci stanno dentro" (La vita agra). Missione incompiuta, fallita. Mai davvero iniziata. Abbiamo avuto paura perché "lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù" (La vita agra).

La tremenda e autopunitiva discesa agli inferi di Bianciardi è stata raccontata con grandissima intensità da Pino Corrias, nel libro più volte citato, fonte irrinunciabile di informazioni biografiche, storiche e sociali.

Ci sono i libri garibaldini, il rifiuto di collaborare al Corriere della Sera dell' insistente Montanelli che lo apprezza e lo prega di accettare, di non fare "il bischero", la casa di Rapallo piena del suo sonno indotto da farmaci e della sua angoscia accentuata da litri e litri di superalcolici, qualche risata regalata a se stesso e ai pochi amici, la testimonianza del gestore di un bar latteria rapallese che mi dice: " me lo ricordo sì, il professore, era una persona gentile, un uomo alto che arrivava lassù, sì beveva un po', un po' tanto però non l'ho mai visto litigare, sempre gentile, una persona buona". E poi ancora Milano e Grosseto dove ci sono i figli che non conosce, che vuole rivedere. Maria deve salvare Marcellino, Luciano rende tutto impossibile, irrespirabile e lei va via.

La vita agra gli aveva dato il successo, dieci anni prima, avrebbe potuto campare firmando articoli su giornali illustri, sbranando salatini nei migliori salotti dell'alta borghesia illuminista, laica, liberal.

Con l'alito gonfio di whisky dice a Maria di stargli vicino, ci metterà più poco a morire. Lo dice ad una Maria già scappata.

Vuole morire, Luciano. Andarsene. Vive i suoi ultimi giorni in mezzo a bottiglie piene e vuote, lo trovano sdraiato sul letto, non si regge in piedi, lo portano all'Ospedale. Grida, delira, insulta le suore - infermiere. Segretarie anche loro, premurose, efficienti. Non trascinano i passi e andranno in paradiso staccando bene i piedi da terra. L'agonia dura diciannove giorni.

Muore, con Maria seduta sullo sgabello di alluminio e con la faccia che va e che viene di Vacchelli, l'editore per il quale - coltivando il mito del suo Henry Miller- aveva scritto qualche storia pornografica.

Gli piaceva la pornografia, surrogato drammatico e violenta negazione della vera e "casta" libertà sessuale. Anche Playmen ospita suoi interventi. Anche Kent, Le Ore, Executive. E, ancora, L'Automobile, Guerin sportivo. Il Corrierone, voce ufficiale della Milano Torracchiona, no.


Gianni Priano


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